Per questo post, a breve, potrei essere arrestato

censura1Questo è il testo del Disegno di Legge depositato il 7 febbraio da Adele Gambaro (ex M5S) al Senato, che dà attuazione (tecnicamente, “recepisce”) alla risoluzione approvata dal Parlamento Europeo per il cosiddetto contrasto alla propaganda online. È firmato da una pletora di senatori trasversali rispetto ai partiti, ansiosi di “normare” finalmente “la rete”.

Lotta alle “Fake News”? Magari! Invece, si persegue chi “esagera” nel dare notizie vere, così come chi è “tendenzioso”, e perfino chi nel dare notizie “desta pubblico allarme”, “reca nocumento agli interessi pubblici” o “fuorvia settori dell’opinione pubblica”. Qualunque cosa voglia dire (perché vuol dire veramente qualunque cosa e dunque vorrà dire “tutto”), la punizione consta della reclusione per non meno di due anni, e multe fino a 10.000 euro.

Guardate bene la rete come è oggi. Quella dei blog che fanno informazione. Guardatela un altro po’. Presto non ci sarà più. Sensazionalismo? Giudicate voi: lo spiego nel video.

Il testo del DDL: Scarica il DDL depositato al Senato
La pagina del Senato dove l’iter del ddl sta per essere avviato: Atto Senato 2688

Fonte: Byoblu di Claudio Messora

LA UE FINANZIA LA LETTONIA PER COSTRUIRE UN MURO ANTI INVASIONE DI ”MIGRANTI” (PERCHE’ SE LO FA ORBAN E’ XENOFOBO?)

migrantiLONDRA – Al contrario dell’Italia, i paesi baltici stanno facendo di tutto per fermare l’arrivo di immigrati alle loro frontiere e quindi non deve affatto sorprendere che la Lettonia stia costruendo una gigantesca barriera per evitare di essere invasa.

In passato aveva gia’ costruito una barriera di 21 chilometri al confine con la Russia ma adesso sta iniziando la costruzione di un’altra barriera lunga 56 chilometri.

Il portavoce delle guardie di frontiera Jevgenija Poznaca ha dichiarato che questa barriera e’ stata iniziata nel 2015 e prevedono di finirla nel 2019.

Alta 2,7 metri e con del filo spinato in cima questa barriera e’ piu’ alta di 20 centimetri dispetto a quella costruita dall’Estonia che e’ solo di 2,5 metri e secondo l’agenzia di informazione Delfi la Lettonia ha ottenuto 2 milioni di euro dall’Unione Europea come aiuto per costruire tale barriera. Quindi non è affatto vero che la Ue sia contraria alla costruzione di muri anti immigrati a patto che siano muri costruiti lungo i confini con la Russia – come se la Russia potesse essere terra di immigrati africani… – e quindi appare evidente la politica dei due pesi e due misure praticata dalla Ue: l’Ungheria  che si difende dalla vera invasione di mediorientali islamici  è aspramente criticata e il suo governo apertamente accuato di “xenofobia e razzismo” mentre quello lettone, addirittura viene finanziato per innalzarlo, il muro.

Da parte sua, in ogni caso, il governo lettone ha stanziato piu’ di 7 milioni di euro per costruire questi 56 chilometri di barriera e 142 chilometri di frontiera.

La Lettonia non e’ la sola a costruire barriere e muri alle proprie frontiere, visto che anche Estonia e Lituania hanno fatto lo stesso per impedire che i migranti tentino di arrivare nel loro territorio attraversando la Russia.

Infatti fino all’anno scorso nessuno – e dicasi  nessuno – e’ arrivato al confine ma poi improvvisamente il numero di immigrati arrivati attraversando il territorio russo e’ improvvisamente salito (a poche centinaia) e questo ha però spinto il governo lettone ad agire.

Certo non si puo’ biasimare la Lettonia per il fatto che vuole proteggere le frontiere e semmai cio’ che colpisce e’ che l’Italia non prenda esempio e crei un blocco navale per impedire gli sbarchi sul nostro territorio. E ancor di più che la Ue accusi Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia di impedire l’invasione di migranti ma contemporaneamente finanzi i muri contro l’inesistente “pericolo di immigrazione dalla Russia”.

La verità è che oggi tutti i popoli dell’Europa si sentono minacciati dalle orde di migranti che arrivano da Medio Oriente e Africa e vogliono difendersi, ed effettivamente molti italiani la pensano allo stesso modo e non a caso – quindi – tutte le notizie che descrivono la reazione difensiva dei popoli europei di fronte al pericolo d’invasione vengono censurate. Il governo vuole tenere il popolo nell’ignoranza.

Noi ovviamente non ci stiamo e abbiamo riportato questa notizia perche’ riteniamo che gli italiani abbiano il diritto di sapere.

Fonte: il Nord di GIUSEPPE DE SANTIS

Attacco alle banche, per commissariare l’Italia entro il 2017

La Germania tenta il colpo grosso: commissariare l’Italia entro il 2017. Come? Imponendo alle banche di disporre di capitali aggiuntivi (che non possiedono) per poter garantire i titoli di Stato, cioè la linfa del bilancio. Dall’europarlamento di Bruxelles, Marco Zanni denuncia una grave minaccia di cui nessuno ha ancora parlato: il tentativo di commissariamento di Roma entro il 2017 da parte della Germania, nascosto in un emendamento all’articolo 507 del Regolamento sui requisiti patrimoniali delle banche. «È necessario diffondere il più possibile questa nuova minaccia, ancora una volta nascosta nelle pieghe di una incomprensibile burocrazia nata specificamente per mascherare ai cittadini le tecniche di controllo delle democrazie del sud Europa», afferma Claudio Messora su “ByoBlu”. «Di fatto è un tentativo che denunciammo già dal 2014 – dice Zanni – da quando ho iniziato ad occuparmi di regolazione bancaria a livello europeo e di tutto quel pacchetto regolamentare che noi in Italia – purtroppo a nostro discapito – abbiamo imparato a conoscere bene e che cade sotto il nome di “Unione Bancaria” o “Banking Union”». Unione Bancaria, ovvero quell’insieme di regole, per le banche dell’Eurozona, che si basa principalmente su tre pilastri: supervisione unica, “risoluzione del rischio” e assicurazione sui depositi.

La supervisione unica delle grandi banche all’interno dell’Eurozona è affidata al “Single Supervisory Mechanism”, cioè «quel braccio della Bce che deve supervisionare la corretta applicazione delle regole e la corretta patrimonializzazione delle banche». Angela MerkelFamigerato, poi il “Meccanismo di Risoluzione Unico”, «di cui fa parte la famosa regola del bail-in», di ci hanno fatto le spese i correntisti delle banche di Arezzo, Ferrara, Chieti. Manca ancora il “terzo pilastro”, cioè «un’assicurazione comune sui depositi di tutte le banche che cadono sotto questo cappello». Cosa sta accadendo dal 2014, da quando questo sistema sta entrando in vigore? «Queste regole sono state plasmate per distruggere il sistema bancario italiano e spingere il nostro paese a dover richiedere aiuto a istituzioni europee che – purtroppo – abbiamo imparato a conoscere bene», afferma Zanni. L’europarlamentare denuncia l’Omt della Bce: l’Outright Monetary Transactions è «la traduzione pratica di quel “whatever it takes” detto fin dal 2012 da Mario Draghi, cioè il fatto che la Bce farà di tutto per salvare l’euro». In più, incombe la richiesta di ricorrere all’“aiuto” del Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità, già denunciato (anche da Messora) «per la sua struttura criminale», che oggi «diventa una possibilità concreta per “mettere in sicurezza” il sistema bancario».

«Quest’attacco all’Italia – continua Zanni – è partito attraverso questo insieme di regole che si chiama “Unione Bancaria”. E
poche settimane fa è stato fatto un passettino in avanti per affossare ancora di più il sistema bancario italiano, per attaccare i titoli del nostro debito pubblico e costringere inevitabilmente il governo italiano a intraprendere due strade, che portano entrambe inevitabilmente al commissariamento da parte della Troika». Secondo Zanni, ci aspettano «l’attacco, la speculazione sul debito pubblico e quindi la richiesta di Omt, con conseguente arrivo della Troika», o in alternativa «il collasso inevitabile del sistema bancario italiano, con la richiesta di ricapitalizzazione del sistema tramite il Mes, quindi le condizionalità annesse e infine l’arrivo della Troika». Allarme rosso, per l’europarlamentare ex grillino: «Questo è quello che sta succedendo oggi all’interno delle istituzioni europee, nel più totale silenzio dei nostri media». Stampa e televisione «di questo non parlano, preferiscono disquisire di una fasulla diatriba tra Roma e Bruxelles sullo 0,2% del Pil, su questa manovra correttiva da 3-4 miliardi di euro. Qui invece sono in gioco decine di miliardi di euro».

Fonte: Libre di Giorgio Cattaneo

“Caro Stakeholder, le leggi dell’Ue le facciamo solo per te”

«Ripetiamo tutti insieme alla lavagna: nell’Unione Europea le leggi che contano le fa la Commissione di Bruxelles. I Parlamenti degli Stati dell’Unione non possono farci nulla, ma solo adottarle supini. Se si rifiutano, Bruxelles ha ogni possibile via legale e monetaria per bastonarli al punto di sottomissione». Le leggi che contano davvero, per cittadini e imprese, vengono scritte dalla Commissione su parere degli “stakeholders”, sottolinea Paolo Barnard. «E tutto si gioca qui. Ti chiedo: tu sei uno Stakeholder che dà il suo parere sulle leggi Ue che ti fanno? Ti risulta di esserlo?». La storia, ricorda il giornalista, inizia nell’anno Duemila, quando l’allora giovane inviato di “Report”, Rai Tre, mette insieme l’inchiesta ‘I globalizzatori”,  che – ormai 17 anni fa – raccontava «tutto quello che oggi scoprono Sgarbi, Minzolini, Salvini, Borghi, Sapelli, Savona, Farage, alcuni “grullini” e codazzo cantante». La notizia principale era questa: «Era la Commissione Europea di Prodi a fare le leggi che contano per noi, ma noi ne sapevamo qualcosa? Ci veniva chiesto di leggerle o di farle leggere ai nostri parlamentari, sindacati, Ong, associazioni di categoria?».

La risposta di Prodi? Lunare: «Qui a Bruxelles abbiamo un sistema che si chiama Sis, attraverso cui tutti gli attori, dalla mega-banca al cittadino, vengono informati delle leggi che proponiamo e votiamo». Al che, Barnard torna in Italia e interpellaJean-Claude Junckersindacati, Ong, operai, associazioni di categoria. «Sis? Non ci risulta: che roba è?». Aggiunge oggi lo stesso Barnard, sul suo blog: «Quell’inchiesta rivelava poi molto di peggio, e cioè quali erano le lobby delle corporations che addirittura ordinavano alla Commissione quali leggi fare». Passati 17 anni, fatto l’euro, sfornate milioni di info sul “mostro” chiamato Unione Germanica Europea, nascono in Europa i movimenti anti-Bruxelles e anti-euro, come se la Commissione fosse ormai sotto assedio. Davvero? Nemmeno per idea: al posto del Sis ora ci sono l’Inception Impact Assessment e la Roadmap. «Sono la versione moderna del Sis. Ma molto più con la faccia come il culo del Sis, che almeno su carta citava per nome chi avrebbe (falsamente) consultato: parlamentari, sindacati, Ong, associazioni di categoria».

Oggi, invece, l’Inception Impact Assessment e la Roadmap che precedono la promulgazione delle leggi sovranazionali che contano, varate dalla Commissione – quelle che hanno demolito la nostra economia europea e fatto scappare la Gran Bretagna – citano una sola entità che viene consultata prima di approvare una di quelle super-leggi: gli Stakeholder. «Cosa sono? Sono poteri finanziari e industriali, pari pari. Esempio: Mediobanca è uno Stakeholder del “Corriere della Sera”. Il mostro d’investimento BalckRock è uno Stakeholder delle Poste Italiane. Caltagirone, Warren Buffett, le Generali, Eni, Exor-Fiat, Vivendi sono Stakeholders. Poi, siccome la cosa era banalmente troppo spudorata per esistere, la Commissione Ue ha aggiunto in una nota anni fa che Stakeholders sono anche gli Stati e… chiunque abbia un interesse nelle leggi che fanno». Fantastico, no? E allora «mandiamo cartoline a casa dalle gente, alle piccole medie imprese, alle Ong, ai contadini, ai medici e infermieri, negozianti, baristi, metalmeccanici e gli chiediamo se hanno mai ricevuto questo tipo di comunicazione: “Caro Stakeholder…”».

Barnard cita, ad esempio, una delle lettere inviate agli Stakeholder, quelli veri. Il testo: «Caro Stakeholder, questa valutazione preliminare d’impatto ha lo scopo di informare le parti interessate circa il lavoro della Commissione, al fine di consentire loro di fornire un feedback sulle iniziative previste e di partecipare in modo efficace nelle future attività di consultazione». Non solo: «I soggetti interessati sono in particolare invitati a fornire opinioni sulla comprensione da parte della Commissione del problema e le possibili soluzioni, mettendo a disposizione tutte le informazioni pertinenti che possono avere, anche per quanto riguarda i possibili effetti delle diverse opzioni». E ancora: «La valutazione preliminare d’impatto è fornita solo a scopo Paolo Barnardinformativo e il suo contenuto potrebbe cambiare». Beninteso: «Questa valutazione non pregiudica la decisione finale della Commissione sul fatto che questa iniziativa sarà perseguita o sul suo contenuto finale».

A seguire, un testo di 3.182 parole. «“I bet you my fat ass”, direbbe un texano appoggiato al suo trattore, cioè: ci scommetto il culo che però gli Ad di Unicredit, Exor, Luxottica, Eni, Goldman Sachs, Hsbc, Siemes, Telefonica, Ubs, Amazon e soci le hanno ricevute eccome, e non solo», quelle sollecite e tempestive comunuicazioni preliminari. D’altro canto, aggiunge Barnard, «uno stuolo di 30 avvocati pagati 5.000 euro per ogni giorno di consulenza glieli hanno tradotti in ogni dettaglio e fatti capire. E non solo: così come faceva Prodi ai miei tempi, oggi Juncker aspetta il loro Ok, per poi sparare la legge sulla testa di tutti noi sfigati. Questa è la democrazia in Unione Europea. Magari vi serve saperlo». Morale della favola: i garbati distinguo dei nostri politici ma anche le sporadiche invettive verso Bruxelles «fanno venire il mal di pancia forse a un termosifone, se va bene», a fronte di un regime che è istituzionalmente “complice” degli Stakeholder, sulla testa di cittadini che ancora stentano a capire sotto che razza di super-dittatura sono finiti, e perché.

Fonte: Libre di Giorgio Cattaneo

L’Italia resta terra di conquista, non si vedono vie d’uscita

L’Italia obbedisce, da decenni, a “padroni” stranieri: americani, inglesi, francesi. L’ultimo capitolo, quello del Britannia, tra le macerie di Mani Pulite: via libera alla grande privatizzazione del paese, smantellando quello che ne era stato il principale volano economico, l’industria pubblica. Esecutori: Prodi, Amato, D’Alema, Ciampi, Padoa Schioppa. Ma l’ordine era partito dall’alto, dai dominus internazionali che, per gli affari “regionali”, potevano puntare su affiliati di ferro come Mario Draghi e Giorgio Napolitano. Via i ladri di Tangentopoli: al loro posto, obbedienti servitori per il progetto di sottomissione denominato Unione Europea, che si avvale della politica di rigore indotta dall’euro e imposta a tutti, tranne a banche e multinazionali. Austerity che trasforma lo Stato in una periferia indigente, senza più sovranità, costretta a elemosinare tasse sempre più soffocanti, col risultato – scontato – di deprimere l’economia: meno consumi, meno lavoro, meno reddito, erosione dei risparmi, crisi e disoccupazione dilagante, tagli a pensioni e sanità, svendita del patrimonio pubblico. E soprattutto: assenza di futuro, mancanza di alternative all’agonia di un paese da cui i giovani scappano, non si sposano più, non fanno più figli.

E’ il rimbalzo europeo dell’ondata neoliberista cavalcata da Reagan e Thatcher negli anni ‘80, cui – secondo un economista come Nino Galloni – l’Italia si allineò prontamente, staccando il “bancomat” di Bankitalia (allora retta da Ciampi) dal Tesoro, Massimo D'Alemadi cui era ministro Andreatta, un pioniere delle privatizzazioni. Travolti per via giudiziaria i leader della Prima Repubblica, discutibili e controversi ma arroccati sulla difesa della sovranità nazionale, fonte del loro potere, a rovinare la festa all’ex Pci – unica forza risparmiata da Mani Pulite – irruppe il Cavaliere, che però non andò oltre gli slogan (rivoluzione liberale, meno tasse) e si limitò a congelare la situazione, senza osare sfidare Bruxelles. Proprio gli interessi di bottega (Mediaset, Mondadori) resero Berlusconi vulnerabile, nel 2011, di fronte all’assalto finale della Troika, con l’imposizione del commissario Monti, sorretto anche dal Pd di Bersani fino all’inserimento nella Costituzione del pareggio di bilancio, norma esiziale che di fatto esautora definitivamente governo e Parlamento privandoli di ogni residua sovranità, rendendo le elezioni puro esercizio rituale, senza efficacia politica.

Dopo Berlusconi, Renzi: altro giro, altro abbaglio. Il suo programma: scritto, come gli altri, sotto dettatura. Consiglieri: Yoram Gutgeld, Marco Carrai, Michael Ledeen. Ispiratori: Tony Blair, e il Ceo di Jp Morgan, Jamie Dimon, con la collaborazione di Larry Fink, patron del maggior fondo d’investimenti del pianeta, BlackRock, a cui Renzi ha regalato una grossa fetta di Poste Italiane, azienda in super-attivo che all’Italia fruttava quasi mezzo miliardo all’anno. La riforma di Renzi? Il Jobs Act, su ordine dell’élite finanziaria, atlantica e tedesca, fanaticamente decisa a imporre ad ogni costo il dogma mercantilista: svalutare il lavoro in Europa per reggere la globalizzazione senza mai mettere a rischio i capitali, ma solo e sempre i lavoratori. Renzi però è caduto sul referendum: voleva una sola Camera elettiva, per un governo con più potere (più efficace, quindi, nell’eseguire direttive esterne senza “complicazioni” democratiche) ma gli italiani gli hanno detto no. Il super-potere, quelle riforme, le vuole. E continuerà a premere, sull’Italia ex-sovrana in balìa dell’euro, con l’arma del ricatto finanziario. Di fronte a elezioni anticipate, non emerge nessun Piano-B. I leader uscenti sono in crisi, gli altri sono deboli o non chiari. Nessuno pare in grado di imporre all’Europa di riscrivere, da cima a fondo, le regole che hanno devastato l’Italia, declassandola da potenza industriale a paese costretto a mendicare aiuti per il terremoto.

Fonte: Libre di Giorgio Cattaneo

WALL STREET JOURNAL PUBBLICA UN’INCHIESTA-BOMBA: MOLTISSIMI VOTI PER I DEMOCRATICI SONO FALSI. E MOSTRA LE PROVE.

frode_elettorale_usaPochi giorni dopo l’insediamento alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato una indagine sulle presunte frodi elettorali in occasione delle elezioni presidenziali dello scorso novembre: stando al presidente, il voto di milioni di immigrati irregolari e il ricorso ai nominativi di migliaia di elettori deceduti avrebbero viziato i dati relativi al voto popolare, che ha premiato la sua avversaria democratica Hillary Clinton. Il Partito democratico e gran parte dei media statunitensi schierati da quell parte politica hanno prontamente accusato Trump di minare a fini politici la legittimita’ della democrazia rappresentativa statunitense.

E invece Donald Trump ha ragione.

Infatti, scrive Larry Levy, della Republican National Lawyers Association, in un editoriale in primo piano sul Wall Street Journal di oggi (venerdì, 3 febbraio 2017), “quello delle frodi elettorali e’ un problema assolutamente reale, su cui i Democratici si battono da anni affinche’ non venga fatta luce”. Ovvero, hanno una paura matta che questo colossale scandalo dei voti falsi a loro favore esploda e li travolga.

Levy riferisce – nel suo documentato editoriale inchiesta in prima pagina sul Wall Street Journal – che nel 2013 il Dipartimento per le investigazioni di New York prese l’inusuale iniziativa di mettere alla prova il sistema elettorale: 63 ispettori si finsero altrettanti individui privi del diritto di voto – perche’ deceduti, trasferitisi in altre giurisdizioni o condannati per determinate tipologie di reato – ma ancora iscritti alle liste elettorali cittadine. Gli investigatori, scrive Lev, fecero tutto il possibile per rendere palese ai commissari di voto il loro tentativo di frode. In cinque casi, investigatori di eta’ compresa tra i 20 e i 30 anni si finsero elettori di eta’ compresa tra gli 82 e i 94. In altri, si finsero elettori di etnie differenti dalle loro. Quasi tutti riuscirono senza problemi a esprimere un voto. Talvolta, gli investigatori informarono apertamente i responsabili di seggio che risiedevano in altre zone del paese, ma non avevano tempo di raggiungerle il giorno delle elezioni: in tutti i casi fu comunque consentito loro di votare.

Solo un ispettore su 63 venne bloccato: per puro caso, l’impiegata di seggio in cui si era imbattuto era la madre dell’elettore che aveva tentato di impersonare. In totale, il 79 per cento degli ispettori espresse illegalmente un voto, e nessuno dei pochi cui fu impedito vennero segnalati alle autorita’, pur avendo tentato di commettere un reato di natura penale. Secondo Levy, l’iniziativa del Dipartimento per le investigazioni di New York, piu’ unica che rara nel suo genere, dimostro’ con chiarezza quanto sia facile frodare il sistema elettorale statunitense, e soprattutto come questo genere di reati venga tollerato con la massima compiacenza da parte delle autorita’ elettorali: le stesse secondo cui le accuse di Trump sono del tutto infondate. All’indagine effettuata a New York nel 2013, la Board of Elections rispose con assoluto disinteresse; peggio: alla questione, scrive l’autore dell’editoriale, non venne concesso alcun rilievo mediatico.

Proprio alla vigila delle elezioni presidenziali, lo scorso anno, un funzionario elettorale democratico di New York venne costretto alle dimissioni dopo aver rivelato, senza sapere di essere registrato, “la verita’ in merito al processo elettorale”: “In certi quartieri in particolare raccolgono le persone negli autobus per farle votare. Li mettono in un autobus e li portano da seggio a seggio”, affermo’ il funzionario. Alle sue dichiarazioni non e’ seguito alcun tentativo di accertamento da parte delle autorita’. Persino le forze dell’ordine rifiutano di fronteggiare il fenomeno: l’autore dell’editoriale inchiesta cita articolo di cronaca secondo cui di fronte a diverse denunce di voto multiplo presentate alle ultime elezioni presidenziali, i dipartimenti di polizia hanno replicato che non si occupano dei presunti casi di frode elettorale. Il sistema elettorale statunitense, conclude Levy, e’ privo di contromisure efficaci contro le frodi, e un’indagine sarebbe pertanto tutt’altro che inopportuna.

Esatto.

Fonte: ilNord

L’onda gigantesca dell’informazione alternativa.

di Marcello Foa

censura1Quanto sta avvenendo in queste ore a Claudio Messora, autore del blog ByoBlu, è grave. Google AdSense gli ha comunicato l’interruzione immediata e irrevocabile del proprio servizio. Cos’è Google AdSense? Semplifico al massimo per i non addetti ai lavori: è la pubblicazione automatica di inserzioni pubblicitarie che garantisce un introito a chiunque sia disposto ad ospitarle. Più traffico, più pubblicità: gli importi sono minimi ma servono a garantire un po’ di redditività sia ai singoli utenti sia ai gruppi editoriali, che a loro volta ne fanno uso.

Claudio Messora, qualche ora fa, ha annunciato di aver ricevuto un’email da Google in cui viene accusato di aver pubblicato una “fake news” e in cui si annuncia la cancellazione immediata e non contestabile di AdSense. Naturalmente Google non dice a quale titolo si arroghi il diritto di discriminare tra notizie false e vere. E sapete qual è la “fake news” imputata a ByoBlu? Il filmato di un intervento dell’onorevole Lupi tratto dal sito della Camera dei deputati italiani e pubblicato senza commenti sul blog!

Voi direte? Messora scherza e Foa ci è cascato. Niente affatto: tutto vero! L’arbitrarietà della decisione di Google è scandalosa ma non sorprendente. I blog, i siti alternativi e i social media hanno svolto un ruolo decisivo nelle campagne referendarie sulla Brexit nel Regno Unito e sulla riforma costituzionale in Italia; e soprattutto alle presidenziali statunitensi contribuendo alla vittoria di Trump.

Come ebbi modo di spiegare qualche mese fa, l’influenza della cosiddetta informazione alternativa ha assunto proporzioni straordinarie, approfittando della disillusione popolare nei confronti di troppe grandi testate tradizionali, che col passare degli anni hanno perso la capacità interpretare le necessità di una società in continua evoluzione, ammansendo il proprio ruolo di cane da guardia della democrazia, per eccessiva vicinanza al governo e alle istituzioni. Non tutte le testate, sia chiaro e non in tutti i Paesi: ma in misura tale da generare una frattura fra sé e il pubblico, come dimostra il fatto che la grande maggioranza dei media inglesi era favorevole al Remain e che la totalità dei media sosteneva Hillary ed è stata incapace di prevedere la vittoria di Trump .

Un’onda si è alzata e spinge milioni di lettori a cercare fonti alternative sul web; alcune di qualità, altre meno, alcune credibili altre no, come peraltro è naturale e legittimo in democrazia. Un’onda che l’establishment, soprattutto quello anglosassone, che è il più influente nella nostra epoca, ora cerca di fermare. E nel peggiore dei modi. La crociata avviata negli Usa e in Gran Bretagna contro “fake news” e “post-verità” è chiaramente strumentale ed è stata solertemente recepita in Europa (la risoluzione approvata dal Parlamento Ue contro la propaganda russa rientra in questa corrente) e in alcuni Paesi europei tra cui l’Italia, dove il presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini recentemente ha annunciato l’avvio di una campagna contro le bufale sul web.

Annunci che sono serviti a preparare l’opinione pubblica. Ora si passa dalle minacce ai fatti, attraverso i due Grandi Fratelli del web. Facebook, che ha già cominciato a segnalare come “pericolosi” alcuni blog (ad esempio, ma non è l’unico, quello di Maurizio Blondet), e Google che toglie ai siti anticonformisti la possibilità di finanziarsi, prendendo a pretesto , con sprezzo del ridicolo, proprio un post in cui viene diffuso un frammento di un dibattito del Parlamento presieduto dalla stessa Boldrini, quanto di più innocente e di ovvio ci sia in democrazia.

Resta il fatto che Google si arroga il diritto di giudicare e di censurare un sito libero. Per ora solo finanziariamente, domani, chissà. Vi invito a guardare questo video di Messora. Sono sei minuti di ottimo giornalismo. Giudicate voi.

Io esprimo a Claudio Messora tutta la mia solidarietà. E la mia indignazione. E’ in pericolo la libertà di pensiero e di espressione.

Fonte: Byoblu di Claudio Messora cc-by-nc-nd