Solo membri del Consiglio di sicurezza degli Stati Uniti per bloccare l’inchiesta delle Nazioni Unite sulla violenza a Gaza

Gli Stati Uniti sono stati l’unico membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU a respingere una richiesta da parte degli altri 14 paesi, di sondare indipendentemente gli scontri di Gaza, in cui decine di manifestanti palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane. Per la seconda settimana consecutiva, gli Stati Uniti hanno posto il veto a una dichiarazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU (UNSC) che invitava il Segretario generale Antonio Guterres a lanciare un’inchiesta indipendente sulla violenza a Gaza. Presentato dal Kuwait, un membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU, ha anche riaffermato il diritto dei palestinesi di opporsi pacificamente alle politiche israeliane nei territori occupati.

Quattordici dei 15 membri del Consiglio di sicurezza hanno accettato la dichiarazione, ma gli Stati Uniti, l’alleato più stretto di Israele, hanno votato contro, l’inviato palestinese delle Nazioni Unite, Riyad Mansour, ha detto ai giornalisti del ​​quartier generale delle Nazioni Unite a New York venerdì sera. Ha detto che il rifiuto delle Nazioni Unite è “molto irresponsabile” e che dà ad Israele “la luce verde per continuare con il loro assalto contro la popolazione civile” a Gaza.
Sabato scorso, gli Stati Uniti hanno bloccato un analogo progetto di dichiarazione introdotto anche dal Kuwait. Il testo ha richiesto un’indagine sulla violenza di Gaza e ha anche espresso “grave preoccupazione per la situazione al confine”, secondo AFP.
Non ci arrenderemo“, ha detto Mansour venerdì. “Continueremo a bussare alle porte”. Tra le opzioni sul tavolo c’è la richiesta di una dichiarazione o di una risoluzione presidenziale del Consiglio di sicurezza, oltre a fare appello all’Assemblea generale delle Nazioni Unite o al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite dove non ci sono veti.

Maged Abdelaziz, ambasciatore delle Nazioni Unite per la Lega Araba, ha detto che le violenze a Gaza saranno discusse in una riunione ministeriale nella capitale dell’Arabia Saudita, Riyadh, il 12 aprile.
Commentando il voto del venerdì, l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon ha detto che il consiglio “dovrebbe condannare Hamas, che usa i bambini come scudi umani mentre rischiano la vita, e deve chiedere la fine di queste provocazioni che aumentano solo la violenza e le tensioni” come citato dal Times of Israel.
In un pezzo di opinione per il New York Times, ha affermato che durante gli scontri di Gaza “i terroristi armati erano dispersi tra i manifestanti”, aggiungendo che numerosi sforzi sono stati fatti per violare la barriera che “separa uno stato sovrano, democratico e un terrorista assassino” entità.
La notizia arriva mentre la violenza continua a stringere il confine tra Gaza e Israele. Venerdì, è stato riferito che 10 palestinesi, tra cui due adolescenti, sono stati uccisi durante la seconda settimana delle proteste del Grande Ritorno di marzo. La Mezzaluna Rossa palestinese ha detto a RT che ha fornito il primo soccorso a 81 persone ferite nella Striscia di Gaza, e ha detto che 36 del totale avevano ferite da proiettile. Tre di questi sono lesioni gravi al petto e alla testa.

La Grande Marcia di Ritorno, che si è svolta a fine marzo, è programmata per continuare fino all’anniversario dell’esodo di massa dalla loro terra durante la creazione dello stato di Israele. Gli israeliani celebrano questo come il Giorno dell’Indipendenza. Gaza ospita 2 milioni di persone, molti dei quali rifugiati espulsi da Israele che sperano che il loro diritto al ritorno venga concesso un giorno.

Fonte: RT.com 

Annunci

Accordo Israele-Onu: migranti africani saranno trasferiti in Italia, Germania e Canada

L’Italia si conferma come il ricettacolo dell’accoglienza di tutti i migranti espulsi dagli altri paesi

Canada, Germania e Italia: queste alcune delle destinazioni indicate dal premier israeliano Benyamin Netanyahu per una parte dei migranti africani che nei prossimi cinque anni dovranno lasciare Israele in base all’intesa raggiunta con l’Alto commissariato dell’Onu.

L’intesa raggiunta riguarda complessivamente 16.250 migranti eritrei e sudanesi, di cui 6.000 nel primo anno. Israele li espelle perché considerati migranti economici, non rifugiati.

Israele aveva annullato oggi a sorpresa la espulsione verso il Ruanda di migliaia di migranti eritrei e sudanesi, che doveva iniziare nei prossimi giorni ma che era stata temporaneamente bloccata dalla Corte Suprema. ( fonte ANSA)

Nota: Da notare che tutti gli altri paesi, dalla Francia alla Spagna al Portogallo, alla Croazia si sono rifiutati di accogliere questi che vengono considerati “migranti economici” che Israele non vuole accettare sul suo territorio.

Il Governo Gentiloni, nella sua proiezione sempre aperta alle direttive degli organismi mondialisti, si è fatto avanti per acccogliere altre migliaia di migranti provenienti dall’Africa, nonostante che sia un governo ormai sfiduciato e provvisorio.

Fonte: ControInformazione.info 

Palermo, la cupola di Black Axe in manette:17 nigeriani fermati: “Una mafia più violenta di Cosa nostra”

di Giuseppe Pipitone | 18 novembre 2016 | il Fatto Quotidiano.it

Punizioni atroci, torture fisiche, ritorsioni a metà tra la magia nera e le vendette mafiose. E poi affiliazioni, rituali, battesimi che prevedevano un rito particolare: bere sangue umano. Intorno ci sono gli affari, il business che prospera su un consenso sociale basato sulla più potente delle protezioni: l’omertà

Punizioni atroci, torture fisiche, ritorsioni a metà tra la magia nera e le vendette mafiose. E poi affiliazioni, rituali, battesimi che prevedevano un rito particolare: bere sangue umano. Intorno ci sono gli affari, il business che prospera su un consenso sociale basato sulla più potente delle protezioni: l’omertà. Tutto gestito da un’associazione criminale organizzata come uno vero e proprio Stato con i suoi capi, i ministri della difesa, i soldati, persino la sua festa nazionale: una struttura piramidale di obbedienza e terrore.

“Cosa nostra tollera la mafia nigeriana a Palermo” – Nell’ultima inchiesta della procura di Palermo c’è tutto quello che bisogna sapere sulla Black Axe, l’ascia nera, l’associazione mafiosa nigeriana che da qualche anno ha lasciato Lagos per espandersi in tutto il mondo. Una scalata al potere fatta di terrore, orrende torture e alleanze con le altre organizzazioni criminali: come aveva documentato un’inchiesta del fattoquotidiano.it, infatti, per la prima volta la più antica della mafie italiane, e cioè Cosa nostra, ha ceduto una porzione del suo territorio agli uomini della Black Axe. Da qualche tempo a Ballarò, il quartiere che dà il nome al mercato nel cuore del centro storico cittadino, sono i mafiosi africani a dettare legge. “Cosa nostra ha consentito ai nigeriani di organizzare una struttura subalterna alla mafia: erano tollerati a patto che non uscissero dal loro perimetro di appartenenza”, conferma adesso il procuratore aggiunto Leonardo Agueci, che insieme ai sostituti Sergio Demontis e Gaspare Spedale ha ordinato il fermo di 17 esponenti dell’organizzazione africana accusati a vario titolo di associazione criminale di stampo mafioso.

La cupola di Cosa nera in manette: 17 fermi – In manette sono finiti i pezzi da Novanta della Black Axe, presenti su tutto il territorio nazionale: come ogni organizzazione mafiosa, infatti, anche quella nigeriana aveva la sua cupola fatta di capi, sottocapi e soldati. Il numero uno è stato fermato a Padova: si tratta di Festus Pedro Erhonmosele, che fino al 2014 rivestiva l’incarico di “Chama Black Axe”, la terza carica formale della associazione a livello nazionale. In pratica era una sorta di capo del consiglio degli “Epa”, e cioè i saggi dell’organizzazione: erano loro i boss che decidevano su tutte le questioni più delicate. A Palermo, invece, c’era Kenneth Osahon Aghaku, quarta carica nazionale, il “ministro della difesa” di Black Axe: dal quartiere di Ballarò gestiva le punizioni da infliggere a chi si ribellava alla legge dell’ascia nera. Nata negli anni ’70 all’università di Benin City come una una sorta di gang religiosa di studenti- li chiamano “culti” – Black Axe si è trasformata poi in una vera e propria associazione criminale, uno Stato nello Stato, che parallelamente ai fenomeni migratori ha poi cominciato a mettere radici in diverse città europee. Da almeno un decennio i tentacoli di questa nuova piovra sono arrivati anche in Italia, dove i boss nigeriani hanno iniziato a dettare legge nei sobborghi di città importanti come Brescia, Torino e appunto Palermo.

Black Axe sbarca a Palermo a colpi di ascia – Nel capoluogo siciliano l’ombra della Black Axe si manifesta per la prima volta nel 2014 quando un cittadino nigeriano viene aggredito a pugni, calci e chirurgici colpi di ascia al volto da alcuni connazionali. È in quel momento che si apre una crepa nell’alone di omertà che aveva fino a quel momento protetto la mafia nigeriana. In manette finiscono in tre: Austine Johnbull, detto Ewosa, Vitanus Emetewa, detto Acascica, e Nosa Inofogha. Accusati di tentato omicidio aggravato dalla modalità mafiosa saranno condannati a pene che vanno dai 12 anni e 4 mesi ai 10 anni e 6 mesi di carcere. Ma è solo la prima goccia. L’estate scorsa, infatti, arriva il primo pentito: uno dei membri della piovra nera decide di vuotare il sacco e raccontare tutti i retroscena della scalata del potere della Black Axe a Palermo.

Il pentito di Cosa nera e lo mappa della Black Axe – Grazie alla confessione del collaboratore di giustizia, la procura di Palermo ha decapitato i vertici della mafia nigeriana in Italia, proprio alla vigilia di quella che poteva essere una sanguinosissima faida interna, mentre uno dei principali boss, e cioè Festus Erhonmosele, stava per ritornare in Nigeria. “Grazie a questa operazione che è stata anticipata di qualche giorno perché si temeva la fuga di alcuni componenti centrali dell’organizzazione è stato evitato anche il pericolo di possibili contrasti e guerre intestine”, ha spiegato il pm Agueci. L’indagine della procura palermitana ricostruisce la storia recente della Black Axe nel nostro Paese. La “Zone Italia”, infatti, era stata riattivata alcuni anni fa su espressa richiesta di Osahenagharu Uwagboe, detto Sixco: dopo che nel 2006 le indagini della magistratura avevano azzerato l’organizzazione a Torino i vertici nigeriani dell’ascia nera avevano deciso di sospendere le attività della filiale italiana di Black Axe. Steve Osagie, invece, si fa chiamare Ebuwa: è uno dei saggi, dei boss che governano l’associazione ed è lui che nel 2013 “importa” Black Axe a Palermo. La roccaforte dell’ascia nera nella città siciliana è all’interno del mercato storico di Ballarò: da lì dettano ordini Sylvester Collins detto Evans e Matthew Edomwonyi detto Tobaba, i capi della costola palermitana di Black Axe. A loro fianco c’è Ewosa, il “priest”, la seconda carica cittadina, uno degli uomini condannati per l’aggressione a colpi di ascia del gennaio 2014, più una serie di “Bucha”, i picchiatori, tutti affiliati nel giorno dell’anniversario della Black Axe, che si celebra ogni anno il 7 luglio.

“Una mafia più violenta di Cosa nostra” – Molteplici gli affari dell’organizzazione: dallo spaccio di stupefacenti, allo sfruttamento della prostituzione, fino al trasferimento di denaro dei connazionali dalla Nigeria all’Italia in cambio di una cospicua provvigione. Un business garantito dall’omertà e da tremende punizioni per chi viola le regole interne. “Quella nigeriana – dicono gli inquirenti – è una mafia a volte più violenta di quella palermitana. Sono stati ricostruiti diversi casi di violenza. Persone che non sottostavano alle regole venivano punite in modo estremamente violento”. È quello che succede il 28 febbraio del 2014: un’automobile si muove da via Scillato, zona Uditore, diretta ad un locale nel cuore di Ballarò. A bordo ci sono quattro persone: due davanti e due dietro. Seduto al centro dei sedili posteriori, in modo che non riesca a scappare, ecco un quinto uomo: si chiama Afube Musa e deve essere punito perché ha una relazione con la moglie di un esponente della Black Axe. Gli investigatori hanno ricostruito ogni attimo di quella tremenda giornata: Afube viene praticamente rapito per più di 12 ore. Picchiato e denudato verrà torturato e violentato sul retro di un locale adibito a ristorante nei dintorni di Ballarò, nel centro di Palermo. Dove parallela a Cosa nostra si è imposta negli ultimi anni una mafia nuova, violenta, efferata e fino a poco tempo fa invisibile.

di Giuseppe Pipitone | 18 novembre 2016 | il Fatto Quotidiano.it

© 2009-2018 Il Fatto Quotidiano

Manipolazione giornalistica regala cittadinanza onoraria a Di Matteo

Scritto da: Antonella Serafini 

Domenica scorsa il capogruppo consigliare di 5stelle nel comune di Genova, Luca Pirondini, ha dato il lieto annuncio sulla sua pagina di facebook:

PER NOI E PER LA CITTÀ DI GENOVA UN GIORNO STORICO!!!
Giovedi mattina è stata votata durante la commissione affari istituzionali e generali, l’iscrizione all’aula per la proposta di delibera presentata dal Gruppo consiliare del Movimento 5 Stelle per il conferimento della cittadinanza onoraria al Giudice antimafia Nino Di Matteo. La delibera verrà votata nel corso del prossimo Consiglio comunale giovedì 30. Un giorno storico! Con il voto favorevole a questa proposta le forze politiche presenti in Consiglio comunale potranno esprimere la propria vicinanza ed il proprio sostegno al Giudice Nino Di Matteo, colui il quale sta portando avanti le indagini sui rapporti tra Stato e mafia che con ottima probabilità hanno portato all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Con il voto favorevole nel prossimo Consiglio, i consiglieri avranno inoltre l’opportunità di puntare una luce sull’enorme problema legato alle infiltrazioni mafiose nel nostro territorio e per inviare alle stesse mafie un messaggio di intransigenza e di non disponibilità. Auspichiamo anche che tanti cittadini genovesi vogliano essere presenti a sostenere questa nostra iniziativa!

Ed ecco le motivazioni scritte nella mozione, a fondamento del conferimento della cittadinanza onoraria:

Il giudice Nino Di Matteo è il magistrato italiano che ha indagato sulle stragi di mafia in cui sono stati uccisi Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli agenti delle rispettive scorte. Negli ultimi anni numerose sono state le minacce di morte che ha ricevuto, in particolare quella di Totò Riina che, intercettato durante la detenzione, dichiarò: “A Di Matteo lo faccio finire peggio di Falcone”.

Queste motivazioni, potete crederci sulla parola, sono riportate col copia-incolla da altre mozioni grilline precedenti, che sono servite per la stessa procedura in altri comuni italiani.

Soltanto che nel frattempo, da quelle mozioni ricopiate, qualcosa è cambiato, forse a Genova non se ne sono accorti.

Vediamo cosa.

Sulla circostanza che Di Matteo sarebbe  “il magistrato italiano che ha indagato sulle stragi di mafia in cui sono stati uccisi Giovanni Falcone, Paolo Borsellino”, pesano le polemiche degli ultimi mesi, esplose con le critiche neppure troppo velate da parte di Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato ucciso, così come da taluni legali di parte civile nel processo, critiche proprio per l’operato del PM in quelle indagini ed in quei processi, che hanno indotto il magistrato a chiedere di essere audito in commissione antimafia per fornire chiarimenti sulla sua posizione.  In commissione antimafia il Di Matteo quindi c’è stato, ma ci sarebbe molto da discutere sul grado di soddisfazione che tale intervento avrebbe portato alle varie parti interessate. Insomma, la polemica è ancora corrente, ma i 5stelle portano sul tavolo, come elemento di merito, proprio l’indagine al centro di questa attuale polemica.

Ma il peggio viene sulla seconda parte dell’assunto, quando si afferma che Totò Riina, intercettato durante la detenzione, avrebbe dichiarato: “A Di Matteo lo faccio finire peggio di Falcone”, parole che secondo i 5stelle sancirebbero lo status di eroe nazionale, equiparabile a quello di Falcone, del giudice Di Matteo.

Recentemente, anche già su queste pagine, noi abbiamo scoperto che le cose stanno così soltanto in un videomontaggio, frutto del taglia e cuci, messo on line, naturalmente,  da Il Fatto Quotidiano.

Tutto parte da questo video:

https://youtu.be/T1Oo9JH3OJY

In questo video le affermazioni di Riina sono gravemente manipolate con il taglia e cuci. Non si ha che da confrontarle con il verbale di trascrizione originale della DIA:

Leggiamo dunque bene il verbale qui sopra. Non c’è bisogno di conoscere il linguaggio mafioso o il dialetto siculo, per capire quello che si stanno dicendo in realtà Mr. Riina e Mr. Lo Russo. Basta leggere il verbale, e l’enunciato è chiaro. Riina si riferisce alla circostanza, diffusa dai media, secondo la quale avrebbe comunicato a due guardie carcerarie di voler far fare al PM Di Matteo, la fine di Falcone:

io ho detto a qualche guardia, DICONO LORO, che gliela faccio finire peggio di… di… di… di… del giudice Falcone
Cioè, in italiano, Riina sta dicendo che LORO (media, magistrati, o affini), DICONO che lui ha detto a qualche guardia, ecc..ecc.”

A questo punto, in questo punto preciso, si osservi bene: nel video del Fatto, c’è un TAGLIO applicato ad arte, cioè non casuale. Perché subito dopo, nella parte tagliata, Riina commentava: “MA CON CHI PARLO IO, SCUSA, MA CON CHI PARLO”, Come dire: ma dove, quando, io parlo con le guardie, ma quando mai?

E infatti Lorusso, a conferma, risponde: “MA SE UNO UNA COSA DEL GENERE VERAMENTE LA VOLESSE FARE, LO DICEVA A LORO?… È CHIARO CHE SONO STRUMENTALIZZAZIONI.”

E Riina conferma: E’ CHIARO.

Tutta questa parte, tagliata dal video, ribalta il senso del discorso. Riina negava semplicemente di aver parlato o detto cose simili alle guardie, e Lo Russo rilevava che infatti sono cose che di solito alle guardie non si dicono, e che quindi si tratta di strumentalizzazioni. E Riina conferma. E che i due recitino una parte o siano sinceri, poco importa. Ciò che è grave è che il taglio e la cucitura nel video messo online, inducono a ritenere che Riina avesse espresso una minaccia, mentre invece si trattava di un enunciato di tutt’altro genere. Magari falso, magari ipocrita, ma comunque di tutt’altro genere.

Poi non è finita. Riina dice: SONO COSE STRAVAGANTI, MA QUESTE SONO COSE STRAVAGANTI DA FARE TREMARE I MURI! Riferendosi al fatto che la notizia diffusa dai media, secondo la quale lui avrebbe avanzato quella boutade del progetto di omicidio a di Matteo a due guardie carcerarie, sarebbe solo un’enorme stravaganza, da far tremare i muri. Il video del Fatto riapre invece con una cucitura, sottotitolando soltanto: “Ma qua c’è da fare tremare i mura” lasciando credere che si stia parlando magari di un’esplosione, invece che di una stravaganza, capace di far tremare i muri.

A quel punto Lorusso rincara la dose, dandosi questa spiegazione : “LO FANNO, PER QUESTI MOTIVI” vale a dire: “PER AUMENTARE LA SCORTA… PER PRENDERE UN SURPLUS IN PIU’ DI DENARO, PER PRENDERE PIU’ NOTORIETA’, PER FARE Più CARRIERA.”  A quel punto prima Riina dice: “MA DOVE VOGLIONO ARRIVARE!!.. ECC” indi la successiva  risposta del boss, anche sul verbale, viene omissata. (quindi chissà com’era interessante!)

Ad ogni modo, come si può ben vedere, non siamo di fronte ad una minaccia, ma comunque ad altro. La minaccia si percepisce soltanto in una manipolazione giornalistica, fatto gravissimo.

Secondo i due mafiosi intercettati, quelle presentate ai media come minacce, sarebbero invece invenzioni “per prendere più notorietà”.  O più cittadinanze onorarie, appunto.

Noi speriamo soltanto che in consiglio comunale a Genova ci siano ancora elementi sani, capaci di considerare le circostanze che abbiamo appena illustrato, prima di condividere una simile mozione.

Se poi è vero che i 5stelle genovesi intendono cercare  “l’opportunità di puntare una luce sull’enorme problema legato alle infiltrazioni mafiose nel nostro territorio e per inviare alle stesse mafie un messaggio di intransigenza e di non disponibilità”, allora la cittadinanza onoraria la diano a Christian Abbondanza, della casa della Legalità, lì sì che si può parlare di meriti derivanti dall’intransigenza verso le mafie di quel territorio, lì si.

Lui certo non  “sta portando avanti le indagini sui rapporti tra Stato e mafia che con ottima probabilità hanno portato all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”, come il Di Matteo, ma se non altro nel suo giornalismo d’inchiesta sulla mafia locale, lui non si avvale della testimonianza di “collaboratori” capaci di collezionare cause e condanne per calunnia con connotati da fuori concorso.

Fonte: Censurati.it  

Nel segno di Olof Palme: le sue idee salverebbero l’Italia

Olof Palme, chi era costui? Il pubblico televisivo conosce Renzi e Grillo, Berlusconi e D’Alema, la Merkel e Draghi. Al massimo Ettore Rosato e Angelino Alfano, il senatore Razzi e il governatore De Luca (o almeno le loro caricature firmate Crozza). Chi ha meno di quarant’anni fatica a mettere a fuoco il museo delle cere: Andreotti e Craxi, Moro, Pertini, Cossiga, Berlinguer. E Olof Palme? Un signore elegante e lontano: svedese, e quindi “strano”, figlio di un’antropologia ormai remota, aliena. Visse prima di Internet, del G8 di Genova e dell’11 Settembre; prima di Facebook, dell’Isis e dell’iPhone. Che c’azzecca, con noi, quel gentleman ante-web che governò il paese dell’Ikea? Bisognerebbe chiederlo a Vincenzo Bellisario, che sta per dare alle stampe “Nel segno di Olof Palme?”, libro che rievoca il testamento democratico di un socialista d’altri tempi, assassinato a Stoccolma – mentre era premier – proprio per evitare che i suoi tempi potessero diventare anche i nostri, cioè diversissimi da quelli di oggi, in cui non si capisce più niente, né si conosce il nome di chi comanda il mondo: si vede solo il sangue che lascia a terra tra un attentato e l’altro, in una guerra permanente fatta anche di profughi e migranti, disoccupazione, crisi finanziarie e disinformazione planetaria.

Dunque chi era Olof Palme? Bisognerebbe chiederlo a Gianfranco Carpeoro (Pecoraro, in una vita precedente), avvocato e autore del saggio “Dalla massoneria al terrorismo”, che accusa un’élite occulta, super-massonica, di pilotare settori Olof Palmedell’intelligence Nato per costruire il terrore dell’Isis, dietro il paravento dell’alibi islamista. Obiettivo: manipolare l’opinione pubblica, spaventarla, imporle leggi speciali e distrarla, impedendole di individuare i veri responsabili del disastro economico e sociale in corso, accuratamente progettato da un’oligarchia paramassonica internazionale. Gioele Magaldi, amico di Carpeoro e suo sodale nel Movimento Roosevelt, nel quale milita lo stesso Bellisario, ricorda che il catastrofico 11 settembre del 2001 fu soltanto la seconda fase di un piano di svuotamento della democrazia avviato all’alba di un altro 11 settembre, quello del 1973, quando fu abbattuto il governo cileno di Salvador Allende per instaurare la dittatura di Pinochet. Troppa democrazia rischiava di frenare il grande business? Nel suo libro, Carpeoro ricorda il telegramma con cui Licio Gelli, proprio dal Sudamerica, informava un parlamentare statunitense, Philip Guarino, che anche “la palma svedese” stava per essere abbattuta.

La “palma svedese” sarebbe caduta il 28 febbraio 1986, in un agguato a colpi di pistola all’uscita di un cinema nel centro di Stoccolma. «Probabilmente l’assassino di Olof Palme è ancora in vita, e nel delitto potrebbero essere coinvolti la polizia o qualche esponente dell’esercito», afferma il criminologo svedese Leif Gustav Willy Persson, che ha sempre dubitato della colpevolezza di Christer Pettersson, il criminale di strada inizialmente fermato, e poi a sua volta deceduto all’improvviso dopo aver contattato per telefono il figlio di Palme, annunciandogli di avere notizie sulla fine del padre. Si sospetta anche di un altro anomalo decesso, quello del romanziere Stieg Larsson, morto esattamente come il protagonista della sua trilogia, “Millennium”, dopo aver condotto indagini riservate sul caso Palme e aver consegnato alla polizia, inutilmente, svariati scatoloni pieni di documenti. Ma chi era, quindi, Olof Palme? Un socialista, un democratico. Il massimo interprete del welfare europeo: pari opportunità per tutti, nessuno deve essere lasciato indietro. Chi paga? Lo Stato: per il bene di tutti, ricchi e poveri. Pur di evitare licenziamenti, Palme arrivò a far rilevare quote di aziende traballanti. Messaggio: il salario dei cittadini-lavoratori viene prima del profitto d’impresa, perché ne va della coesione sociale del sistema-paese.

Era pericoloso, Palme? Eccome. Mai e poi mai avrebbe dato il via libera alla nascita di un mostro giuridico come l’Unione Europea, di fatto governata da poche famiglie di oligarchi, proprietari dalle grandi banche cui appartiene la stessa Bce. Olof Palme era convinto di dover «tagliare le unghie al capitalismo», frenandone gli eccessi e gli abusi partendo dal ruolo democratico dello Stato come fattore di equilibrio: proprio quello Stato che l’Ue ha letteralmente demolito e svuotato. Era famoso, Palme: denunciava l’apartheid del Sudafrica e quello di Israele, le malefatte degli Usa nell’America Latina e la dittatura “rossa” dell’Unione Sovietica. Una figura prestigiosa, scomoda. Stava addirittura per essere eletto segretario generale delle Nazioni Unite: una volta all’Onu, sarebbe stato più difficile abbatterla, la “palma svedese”. Andava tolta di mezzo prima. E non è un caso, probabilmente, che tuttora non si sappia nulla di preciso né del killer né dei mandanti, anche se Carpeoro – nel rievocare il famoso telegramma di Gelli rivolto a Guarino – fa il nome di un eminente politologo Usa, Michael Ledeen, all’epoca legato a Guarino. Secondo Carpeoro, l’onnipresente Ledeen («consigliere occulto di Craxi e Di Pietro, Renzi e Grillo») è un tipico esponente dell’élite supermassonica “reazionaria”, protagonista della storica svolta antidemocratica che ha ridotto l’Occidente al deserto attuale, quello della privatizzazione globalizzata e universale, imposta a mano armata, anche con guerre e attentati.

«L’Italia è ormai arrivata ad uno stato di coma profondo ed ovviamente irreversibile per almeno una persona su due», scrive Vincenzo Bellisario nell’introduzione al suo volume su Olof Palme, di prossima uscita per le Edizioni Sì(140 pagine, 11 euro). «E se continua su questa strada non c’è alcuna speranza: non c’è un modo per venirne fuori, al momento, considerando gli attuali trattati Ue e l’euro». Ragiona Bellisario: «Le persone ancora “salve” in questo paese sono coloro che hanno avuto la fortuna di essere nati e cresciuti all’interno di famiglie benestanti che gli hanno permesso di studiare con “calma”», magari per poi ottenere “la spinta giusta”». Gli altri che si sono “salvati”? Sono quelli «che hanno avuto la “fortuna” di essere stati assunti anni fa con i cosiddetti “contratti vecchi”», e quelli che sono andati in pensione «ad un’età giusta e con una pensione dignitosa». Per tutti gli altri, oggi, non c’è più storia: «Sono spacciati». Parole che ricordano quelle rievocate dallo stesso Carpeoro, autore di una prefazione al volume: «Oggi è morta la speranza», disse l’avvocato, all’indomani dell’assassinio di Palme in un’assise culturale di area liberal-socialista. Lo corressero: non è vero, possono morire i grandi uomini ma non le loro idee. E’ per questo che all’inizio del 2018, a Milano, Carpeoro sarà tra i promotori di un singolare convegno internazionale del Movimento Roosevelt sulla figura del compianto statista svedese. Se da qualche parte bisogna pur ripartire, per rimettere in piedi la nostra disastrata democrazia, sarebbe un onore ricominciare proprio da Olof Palme: una bandiera da tenere alta, nell’Europa degli oligarchi e degli orchi che ammazzano i paladini della giustizia sociale.

Fonte: Libre Idee

Elezioni irrilevanti: dopo, avremo il solito Governo dei Proci

Prepariamoci: non cambierà niente, in Italia, dopo le elezioni. L’ultima volta s’è votato nell’ormai remoto 2013. Un match concluso con la “non vittoria” di Bersani, la flessione del Cavaliere (bombardato dalla filiera mediatica Nato-Ue) e la squillante ma pletorica affermazione dei 5 Stelle. Risultato: governicchi di compromesso (da Letta a Gentiloni) intervallati dalla meteora Renzi, il finto rivoluzionario rottamatore, ben attento a non disturbare il vero manovratore finanziario, atlantico, europeo. Ora siamo alla parità perfetta di tre blocchi elettorali, ma sempre in assenza in proposta politica: nessuno si candida a sbloccare la situazione di crisi, innanzitutto economica e democratica. «Dato che abbiamo tre poli politici – Pd, M5S, Centrodestra – ciascuno vicino al 30%, consegue che, probabilmente, col sistema elettorale attuale (e non vi è impegno di mutarlo), frutto del lavoro della Corte Costituzionale su leggi elettorali incostituzionali, dopo le imminenti elezioni politiche semplicemente non ci potrà essere una maggioranza uscita dalle urne, un governo che sia espressione democratica», scrive l’avvocato e saggista Marco Della Luna, che teme l’avvento del “governo dei Proci”, i saccheggiatori di Itaca.

«Un governo dovrà però esser formato in ogni caso, perché lo esigono i “mercati”(=lobby bancaria) come condizione per continuare a comperare i buoni del Tesoro», scrive Della Luna sul suo blog. Quindi, aggiunge, questo nuovo governo post-Marco Della Lunaelettorale «lo si formerà grazie all’intervento dei soliti “responsabili” – forse mediante un’alleanza tra Berlusconi e Pd (=lobby bancaria), col sostegno di Mattarella, dell’“Europa” (=lobby bancaria), dell’Eurogruppo (=lobby bancaria), del Fmi (=lobby bancaria)». Morale: «E’ il trionfo dei Proci, che saccheggiano Itaca e il palazzo di Odisseo approfittando della sua assenza e tramando affinché non tornasse più sul trono». Tradotto: sarebbe «la cuccagna della partitocrazia italiana, di questi partiti consistenti in coalizioni di comitati di affari per il saccheggio delle risorse pubbliche». Mano libera, ai “Proci”, grazie a «due leggi elettorali incostituzionali di fila», nonché «un Parlamento eletto incostituzionalmente». Fattori che «garantiscono che il popolo non possa scegliere chi governa». E così, «la partitocrazia si ritrova in una situazione che neutralizza gli elettori e lascia pertanto le segreterie partitocratiche (=coordinamenti dei comitati di affari) padrone di negoziare tra loro stesse le più opportune e redditizie lottizzazioni».

Tutto questo, aggiunge Della Luna, avverrà «sopra la testa della gente, creando governi servili agli interessi non-italiani dominanti in Europa e in generale in Occidente». Interessi, dice, a cui la palude italiana «continuerà ad appoggiarsi», per ottenere «sostegno e legittimazione», aspetti necessari a «portare avanti le sue pratiche ladresche e di svendita degli interessi nazionali». Se Della Luna non usa toni diplomatici, è difficile non convenire sulla serietà dei rischi che paventa: la Germania è alle prese con i primi incubi (il malessere incarnato da Afd per un’economiaasimmetrica, votata all’export e basata sulla compressione di salari e consumi) ma per ora continua a dormire tra due guanciali, la Cdu e l’Spd, così come la Francia che – dopo il sedativo Hollande, strattonato dal super-potereoligarchico – ha scelto direttamente l’originale: Macron è un prodotto fabbricato in vitro e orgogliosamente rivendicato come tale dal suo padrino Jacques Attali, eminente supermassone reazionario, tra i massimi guru ispiratori dell’architettura neo-artistocratica, antipopolare e antidemocratica chiamata Unione Europea. E in questa situazione, con l’economia appesa ai diktat della Bce e della Bundesbank, l’Italia schiera Di Maio e Berlusconi, Salvini e Renzi, Bersani e D’Alema. Chi di loro arriverà a Palazzo Chigi? Non importa, è del tutto indifferente, sostiene Della Luna: per l’Italia non cambierà niente.

Fonte: Libre idee

Il fantasma di Soros: buonismo migrante, guerre e affari

Una presenza ectoplasmatica si aggira per l’Europa: George Soros, il miliardario ottuagenario la cui longa manus rattrappita sta dietro tutti i movimenti (contro)rivoluzionari del pianeta, le novità pseudoculturali, l’umanitarismo di facciata che nasconde interessi economici inconfessabili. Osannato dal mondo della cooperazione, dalle Ong e dai partiti progressisti europei, l’arzillo nonnino è ormai diventato in Europa un’icona della filantropia,  il difensore per eccellenza dei diritti umani e delle minoranze straniere e di genere. Ma sotto una crosta superficiale di santità questo personaggio nasconde ben altro, essendo il principale finanziatore a livello mondiale della sovversione controiniziatica che sta portando il mondo alla deriva. Poco noti al grande pubblico sono infatti gli intrecci loschi tra Soros e gli agenti della sovversione. Ma andiamo per ordine, cominciando col rivelare i legami torbidi tra Soros e il mondo della cooperazione, anche italiana. Stando al quotidiano “Il Sole 24 Ore” Soros avrebbe di recente investito sui titoli di alcune cooperative rosse del Nord Italia diventando, con il 5% del capitale sociale, il terzo azionista di alcuni colossi che fanno capo alla Lega delle Cooperative, quella presieduta dal pacioccone Poletti, ministro del lavoro dell’attuale governo.

L’ingresso di Soros svela il passaggio del mondo della cooperazione italiana da un modello economico di tipo solidale a un modello capitalistico tout court, già da anni adottato dalle cooperative, che ancora oggi si ammantano di un idealismo e di una purezza che non hanno mai posseduto. Insomma, le mani del nonnino Soros sulla cooperazione italiana porta alla luce del sole quel che già si sapeva da tempo e che era sottaciuto da molti: la trasformazione di quel mondo in un potere forte in grado di esercitare pressioni lobbistiche sui governi (e la nomina di Poletti alla guida del ministero del lavoro ne è una prova tangibile). Soros finanzia anche la cooperazione bianca, di matrice cattolica. Ben documentata è infatti la partecipazione di Soros alle attività filantropiche della Compagnia delle Opere, che fa capo al colosso cattolico Comunione e Liberazione. In concomitanza con l’aumento dei flussi migratori verso il nostro paese, molte cooperative bianche e rosse hanno di recente riconvertito le loro attività nel sociale, precedentemente concentrate in settori quali i servizi educativi e sanitari, in attività di accoglienza e di gestione dei profughi. E’ quindi nata negli ultimi anni una costellazione di strutture residenziali e di comunità per accogliere e integrare i clandestini portati in Italia dalle Ong che operano nel Mediterraneo per il salvataggio di costoro.

Altro aspetto, questa volta più noto, dell’intraprendenza “filantropica” di Soros è il suo legame a doppio filo con le Ong, specialmente con quelle che si occupano della promozione dei diritti umani, in paesi dove vengono a loro dire calpestati. Attraverso la Open Society Foundation, Soros ha creato in pochi anni una vera e propria ragnatela in cui sono state attirate migliaia di Ong, spesso politicizzate e ideologizzate in senso radical progressista, che operano come agenti di disturbo verso i governi legittimamente eletti di paesi non allineati. Il caso della Siria è emblematico: attraverso una machiavellica propaganda mediatica queste Ong hanno creato a tavolino la fola della Siria violatrice di diritti umani e diffuso l’immagine demoniaca di Assad dittatore sanguinario che tortura i suoi cittadini. Altro aspetto veramente inquietante della rete labirintica creata da Soros per destabilizzare il mondo è il generoso finanziamento che egli elargisce alle associazioni Lgbtq. Secondo i documenti desecretati da Wikileaks, l’organizzazione di Julian Assange, è Soros il principale finanziatore del movimento delle Pussy Riots, un gruppo punk di donne russe sciamannate che contesta con atti provocatori Putin e l’attaccamento del popolo russo alle tradizioni patrie, e le laide Femen ucraine, sospettate di simpatie naziste. Come è lo stesso Soros a finanziare, solo per fare un esempio tra i tanti, l’Arcigay e tante altre associazioni gay e gender.

Il filo rosso che unisce Soros alle Ong che operano nel Mediterraneo è poi noto a tutti (o quasi). E’ lui che finanzia le navi che solcano il Mediterraneo per soccorrere i clandestini caricati nelle carrette degli scafisti. Anche se più che di soccorso bisognerebbe parlare di complicità vera e propria tra gli operatori Ong e gli scafisti, come alcune recenti indagini della magistratura italiana hanno rivelato. D’altra parte i referenti delle Ong non nascondono, con un certo autocompiacimento, la loro stretta collaborazione con la Open Society Foundation sorosiana, e i bilanci di tali Ong palesano il finanziamento diretto Sorosda parte di essa. Il legame tra il magnate ungherese e le Ong dei “profughi” è così stretto che quando il mese scorso il governo libico ha deciso di vietare alle navi Ong di accostarsi alle coste libiche per caricare i clandestini, Soros ha avuto un’esplosione di rabbia, tempestando di telefonate tutti i big della politica internazionale, Onu compresa, per bloccare la decisione del governo libico.

E per sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale Soros ha già pronto l’avvio di un nuovo movimento di protesta pro migrates, i No Borders, che si attiveranno con manifestazioni e provocazioni di ogni tipo in tutti i paesi europei. Solita strategia della manipolazione dell’opinione pubblica a suon di slogan e attivismo a pagamento, insomma. Cambiamo gli attori ma la trama e il regista restano uguali. Che dire, per concludere, di questo magnate con il chiodo fisso della democrazia a tutti i costi? Ma che cosa intenderà mai il filantropo Soros con il termine “democrazia”? Potere al popolo, come l’etimologia suggerisce, o potere alle élite illuminate che sovrastano il popolo prendendo decisioni non condivise che peggiorano la qualità della vita? Democrazia come solidarietà e difesa delle fasce più deboli della cittadinanza o democrazia del denaro? Rispetto dell’autodeterminazione dei popoli o imposizione della democrazia attraverso campagne di demonizzazione o campagne militari? Lascio ai più lungimiranti l’ardua risposta.

Fonte: (Federica Francesconi, “Un ectoplasma si aggira per l’Europa: Soros e la sua mania di onnipotenza”, dal blog della Francesconi del 10 settembre 2017).