Cirino Pomicino: privatizzando, abbiamo condannato l’Italia

“Abbiamo svenduto l’Italia ai privati. Io non ero d’accordo, però facevo il ministro”. Parola di Paolo Cirino Pomicino, democristiano di lungo corso, travolto anche lui dalla ruspa di Tangentopoli. «Quando l’autore di un libro ha avuto un ruolo politico, le sue pagine più interessanti di quello che scrive sono quelle di testimonianza», scrive Nico Perrone, presentando “La repubblica delle giovani marmotte”, il libro-memoriale in cui l’ex esponente andreottiano ripercorre le scelte fatali di quegli anni così decisivi per l’Italia di oggi: il cedimento alle pressioni straniere e la scelta di consegnare a colossi privati i settori strategici della struttura economica del nostro paese. Proprio quell’economia mista, ricorda uno specialista come Nino Galloni, aveva permesso all’Italia – attraverso l’investimento pubblico – di potenziare in modo impressionante il settore privato. L’Italia era diventata una potenza da G5, la sua manifattura-record ostacolava l’export tedesco. Non a caso Helmut Kohl pretese l’allontanamento di Galloni, che allora era consulente di Andreotti, cioè il capo del governo di cui Cirino Pomicino faceva parte. Bisognava “fare l’Europa” smontando l’Italia per favorire la Germania: anche a questo servì Mani Pulite.

Cirino Pomicino, annota Nico Perrone sul blog di Aldo Giannuli, esordì nella Dc a Napoli a metà degli anni ‘70, divenendo poi deputato, ministro, e per cinque anni (2004-2009) eurodeputato. «Ha patito disavventure gravi: ma per un uomo politico possono far parte del mestiere». Cirino Pomicino ha scelto di non parlarne, «tenendosene il ricordo dentro di sé, con conseguenze anche sul funzionamento del suo cuore, che ha avuto necessità di un trapianto». Ma dopo gli intervalli processuali e ospedalieri, ha ripreso a fare politica. «E quando la Prima Repubblica – che fu anche sua – non c’è stata più, è riuscito a farsi eleggere ancora. Non sono esperienze da poco». Del volume che ora è in libreria, «quello che più interessa, oggi, è il ricordo della sua esperienza nel ruolo di ministro del bilancio e della programmazione economica». Siamo nel periodo che va dal 22 luglio 1989 al 28 giugno 1992, presidente del Consiglio è Giulio Andreotti, a capo di un governo composto da Dc e Psi, Pli e Psdi. «In quel momento si decise di dare inizio alla privatizzazione delle partecipazioni azionarie dello Stato italiano».

Si capisce molto bene che Cirino Pomicino non condivideva quella politica, che avrebbe messo sul libero mercato quasi l’intero patrimonio di partecipazioni economiche dello Stato italiano. «Pomicino avrebbe voluto sviluppi che non fossero di cessione quasi globale delle partecipazioni azionarie possedute dal governo italiano (allora, il controllo avveniva attraverso il ministero delle partecipazioni statali)». Invece, le aziende controllate dallo Stato vennero rapidamente privatizzate, quasi tutte. «La base di partenza di quella politica – qui è la contraddizione – fu una decisione del Consiglio dei ministri alla quale aveva preso parte lo stesso Cirino Pomicino, allora ministro», con al Tesoro il banchiere Guido Carli. Il governo era dimissionario dal 24 aprile, ma nella sua lunga “prorogatio”, mantenendo ancora i suoi poteri, fu fatto quel passo. «Oggi, a mente fredda, Cirino Pomicino giudica come uno sbaglio quella decisione, e ricorda – giustamente – che nessun altro paese occidentale ha mai fatto qualcosa Paolo Cirino Pomicinodi simile: per esempio, Germania e Francia mai hanno ceduto al mercato il controllo di quelle componenti dell’economia nazionale ritenuti d’interesse “strategico”».

In Italia invece si fece tutto il contrario, e molto in fretta: «E’ stata una corsa verso l’economia privata, guidata da quella decisione del governo Andreotti e attuata poi per diversi anni dai governi – di Romano Prodi, Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Amato e Lamberto Dini». Col governo Prodi, nel 1998, si è ceduta perfino la quota di maggioranza nell’Eni, il complesso petrolifero-industriale-finanziario al quale l’Italia doveva in gran parte il suo ingresso nel novero delle grandi potenze economiche mondiali, che allora si chiamava G7, annota Perrone. E adesso? Non se ne parla più. «È però prezioso che un protagonista di allora faccia conoscere il suo postumo giudizio rispetto a quello che si è fatto: è stato un protagonista che capiva e che l’economia la studiava, pur provenendo da una formazione medica». Oggi, contiuna Perrone, Cirino Pomicino «appare un po’ pentito di quella stagione. Racconta com’è andata, e ci fa capire che quella decisione, sul piano economico degli introiti per le azioni cedute, non ha avuto gli effetti miracolosi che si erano annunciati. Mentre per l’Italia, la perdita rispetto ad altri paesi occidentali, sul piano economico e finanziario, è rimasta tutta intera».

(Il libro: Paolo Cirino Pomicino, “La repubblica delle giovani marmotte. L’Italia e il mondo visti da un democristiano di lungo corso”, Utet, 268 pagine, 15 euro, con prefazione di Giuliano Ferrara).

Fonte: LIBRE

NEW YORK TIMES: ”L’EURO HA PRODOTTO IN EUROPA SOLO CONFLITTI, RANCORI, DISUGUAGLIANZE. EURO E UE SONO IN SFALDAMENTO”

NEW YORK –  “L’euro, concepito per forgiare il senso di comunita’ e unione tra paesi europei, approfondirne i legami commerciali, erodere i confini nazionali e alimentare uno spirito di interesse collettivo – e dunque per spalancare le porte all’unione politica e pan-nazionale degli Stati Europei – a 17 anni dalla sua introduzione ha alimentato conflitti e rancori, innescato nuove crisi ed approfondito gli squilibri economici e la sfiducia reciproca”. Parola di Nobel.

ar_image_4981_l

Una delle più autorevoli firme swl New York Times, Peter Goodman, ha intervistato a tal proposito l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz, reduce dalla pubblicazione di un nuovo libro intitolato: “L’euro: come una valuta comune minaccia il futuro dell’Europa (“The Euro: How a Common Currency Threatens the Future of Europe.”, ndr).

E l’intervista campeggia sulla prima pagina di oggi.

Nel suo libro, Stiglitz descrive l’euro come un tragico errore, un progetto privo delle necessarie basi politiche e di una riflessione approfondita in merito alle sue possibili falle strutturali.

L’euro, afferma Stiglitz nel corso dell’intervista, e’ nato come un miope progetto di imitazione del modello trans-Atlantico statunitense, privo delle condizioni necessarie a far funzionare un moneta unica: “La creazione dell’euro – afferma Stiglitz – e’ la singola spiegazione piu’ importante della scarsa performance delle economie dell’eurozona dalla crisi del 2008”.

Alcuni compresero subito i rischi del progetto, spiega l’economista, ma cio’ avvenne perlopiu’ all’esterno, negli Usa, e le critiche vennero accolte dai centri di potere dell’Unione europea e ancor più della Bce come un attacco ideologico al progetto europeo. Invece, le critiche erano puntuali e fondate.

Nel suo libro, Stiglitz imputa all’euro un aumento delle diseguaglianze economiche tra i singoli paesi e all’interno delle societa’ nazionali: “L’idea era che affinche’ l’euro funzionasse, i paesi dovevano convergere; vennero formulate queste idee dette criteri di convergenza. Applicarono una pressione enorme ai paesi affinche’ comprimessero il loro debito e deficit in rapporto al pil. Queste erano giudicate condizioni necessarie e sufficienti a garantire il funzionamento dell’euro”.

Ed è stato un miope, tragico, errore.

Alcuni dei paesi poi finiti in crisi, come Spagna e Irlanda, vantavano allora addirittura un surplus di bilancio, e un rapporto debito-pil molto contenuto. Eppure – sottolinea Stiglitz – “finirono comunque in crisi. Cio’ ci insegna una lezione importante: quelli che i creatori dell’euro ritenevano essere condizioni fondamentali alla riuscita del progetto, in realta’ non lo erano. Dopo la crisi, pero’, questa lezione non e’ stata appresa. Si sono invece raddoppiati gli sforzi di implementazione della stessa ricetta, l’austerita’”.

In Germania, lamenta Stiglitz, la fiducia nel successo dell’austerita’ come panacea dei mali europei e’ ancora straordinariamente diffusa e consolidata. Cio’ puo’ essere spigato in parte considerando il fatto che “le politiche sono intrecciate agli interessi”, come dimostrato, secondo Stiglitz, dal rifiuto dell’Europa e della Germania di risolvere il problema greco prima che assumesse le dimensioni di una gravissima crisi sistemica.

“Si preferi’ quello che venne chiamato poi bailout della Grecia, ma che in realta’ fu un bailout delle banche tedesche e francesi” esposte finanziariamente a quel paese. In generale, prosegue Stiglitz, l’euro e’ stato uno strumento funzionale agli interessi particolari: l’economista cita a titolo esemplificativo l’obbligo imposto alla Grecia di buttare tutto il latte vecchio di quattro giorni, un obbligo concepito per consentire la penetrazione in quel paese dei prodotti caseari tedeschi e olandesi a scapito dei piccoli produttori locali.

Stiglitz rivolge alla classe dirigente europea accuse ancor piu’ pesanti: il vertiginoso aumento della disoccupazione seguito alla crisi, afferma il premio Nobel, e’ servito a “spezzare la schiena ai lavoratori” imponendo un abbassamento competitivo dei salari e un cambio delle regole della contrattazione.

Stiglitz non e’ convinto che il referendum britannico per l’uscita dall’Unione Europea e l’avanzata di partiti euroscettici nel Continente possa portare la classe dirigente comunitaria a riconsiderare la filosofia e le ricette che ne hanno guidato le azioni sino ad oggi.

“Sfortunatamente, mi sembra piuttosto di assistere a uno sviluppo quasi opposto. Stanno proseguendo a tappe forzate un progetto fallito. E’ una linea dura per cui i leader europei, persone come Juncker, reagiscono alla Brexit affermando: ‘Saremo molto duri con il Regno Unito per assicurarci che nessun altro paese lasci'”.

Si tratta, secondo Stiglitz, di una reazione scioccante: “I cittadini europei dovrebbero chiedere spontaneamente di rimanere nell’Unione in quanto progetto apportatore di benefici, per una loro intima convinzione in una solidarieta’ europea, perche’ fiduciosi che  possa portare loro maggiore prosperita’. Qui si stabilisce invece che l’unico modo per tenere insieme l’Ue e’ minacciando le conseguenze di una eventuale uscita”.

Speranze per il futuro dell’euro? Poche, anzi pochissime, conclude l’intervista al Nobel per l’Economia Stiglitz,  che afferma, in ultimo: “La Banca centrale europea non dovrebbe concentrarsi solo sull’inflazione, ma sull’occupazione. Su un sistema fiscale che allevi le diseguaglianze. E va superato il limite arbitrario ai deficit dei governi. Se non riuscira’ a procedere in tal senso, e le probabilità avvenga sono molto modeste, il progetto dell’euro e quello europeo in generale sconteranno altre defezioni sino al loro completo sfaldamento.

Fonte: ilNord

La Francia corre in aiuto della poliziotta di Nizza

E’ stata denunciata dal governo per diffamazione, ma lei non molla ed il popolo francese non la lascia sola.

La verità dovrebbe sempre emergere ed in teoria dovrebbe anche sempre ripagare, purtroppo però non è esaSandra Bertin la poliziotta di Nizza che è stata denunciata dal governo francesettamente quello che sta succedendo a Sandra Bertin, la poliziotta francese che la notte della strage di Nizza si trovava a capo della videosorveglianza. Una donna tutta d’un pezzo che nonostante le varie pressioni e le durissime dichiarazioni rilasciate dal governo francese nei suoi confronti, non si è assolutamente smossa dai suoi principi e non ha tutt’ora la minima intenzione di ritrattare quello che ha dichiarato.
Cosa è accaduto alla poliziotta

Sandra è una agente della polizia municipale di Nizza che, durante i festeggiamenti del 14 luglio scorso, aveva l’incarico di tenere sotto controllo la folla attraverso i monitor di sorveglianza. Ha potuto vedere in diretta e seguire, attraverso 10 telecamere, tutta la folle corsa del camion che lanciandosi a gran velocità sulla Promenade ha tolto la vita ad oltre 80 persone. Ha assistito a scene raccapriccianti e che sicuramente non potrà mai scordare, ma quasi per assurdo è proprio quello che gli è stato chiesto dal governo, di dimenticare e di aggiungere nel rapporto dei dettagli che le sarebbero stati suggeriti. Al rifiuto della donna di mentire sui fatti, le è stato detto di inviare un rapporto modificabile e nei giorni successivi di cancellare le registrazioni di 6 videocamere.
L’appoggio di 50 mila persone

Sandra Bertin è stata denunciata per diffamazione direttamente dal ministro Cazeneuve e l’intero governo continua tutt’oggi a divulgare pesanti dichiarazioni su di lei. La cosa straordinaria però è che Sandra non è da sola, infatti tutto il corpo di polizia di Nizza, insieme al sindaco ed a tantissimi cittadini si sono schierati dalla sua parte. Proprio i cittadini, per riuscire ad appoggiare questa causa, hanno aperto una pagina sul social network di #facebook intitolata “Soutien à la policière qui a dénoncé les pressions”, alla quale in pochissimi giorni hanno aderito circa 50 mila persone. L’intento è quello di divulgare il più possibile la notizia e di rimanere uniti contro un governo che cerca di togliere la libertà delle persone, in questo caso cercando di diffamare una donna che ha compiuto il suo dovere e che sta subendo solo per non aver voluto mentire su di un fatto che riguarda tutti noi. #terrorismo #Attentato Nizza.

Fonte: Elena F. BlasingNews

L’auto-golpe del boia Erdogan, ladrone e super-terrorista

“La mente è come un paracadute, non funziona se non si apre” (Frank Zappa). “Siamo gli strumenti e i servi di uomini ricchi dietro le quinte. Siamo le marionette; loro tirano i fili e noi balliamo. I nostri talenti, le nostre capacità e le nostre vite sono tutti la proprietà di altri. Siamo prostitute intellettuali” (John Swinton, direttore del “New York Tribune”, 1880). Partiamo dall’ultima bufala False Flag, quella dell’autogolpe del tiranno turco, destinata a completare, con l’ennesima carneficina di propri sudditi, la serie di autoattentati con cui è riuscito a governare uno Stato di Polizia quasi perfetto. Gli mancava la liquidazione di qualche residuo di esercito, magistratura, informazione, politica (il gruppo Fethullah Gulen) e una dimostrazione ad alleati vagamente perplessi che senza di lui non si va da nessuna parte. E così ha allestito il suo incendio del Reichstag, quello che nel 1933 servì a Hitler per rimuovere comunisti, socialisti e cattolici antifascisti e, nel 2011, con l’11 settembre, alla cupola militar-finanziaria-industriale USraeliana a lanciare la guerra per la loro dittatura mondiale.

Lo sibila tra i denti anche lo stesso Gulen che, ovviamente, rintanato negli Usa sotto tutela e controllo di Washington, non c’entra niente. Anche perché quando mai lui, islamista integralista quanto Erdogan, avrebbe potuto/voluto lanciare contro il Erdogansultanato una forza militare che, a dispetto delle epurazioni islamizzanti subite negli anni, mantiene una robusta base secolare e nazionalista. Anche perché per una roba del genere i suoi sorveglianti americani non gli avrebbero mai allentato le briglia. Ci possono essere dissapori, tra il maniaco criminale di Ankara e quelli di Washington. Che so, sui curdi, sulla gestione del califfo, su pace o guerra con Mosca o Iran, ma mettere in discussione un pilastro Nato piantato in mezzo a Medioriente e Asia, ai confini della Russia che delenda est, una forza militare che è la seconda dell’Occidente dopo gli Usa, un regime che tiene appesa al gancio del collasso da migrazioni l’Unione Europea, ecchè, vogliamo metterlo in discussione?

E allora tutti, da Obama al “Manifesto”, lungo l’intero arco atlantico da destra a sinistra, a inneggiare alla preservazione delle istituzioni, dei diritti civili e del governo democraticamente (sic!) eletto, con qualcuno dal sottofondo che flauteggia l’auspicio che Erdogan si ravveda e non ne combini più delle sue. Non se ne preoccupa più di tanto Tommaso De Francesco, del quotidiano cripto-Nato, ma con etichetta comunista, il quale non fa che inanellare scemenze e insipienze da quando attribuì a Milosevic despotismo e pulizie etniche e in questo caso, con una Turchia chiaramente spaccata a metà tra affascinati dalla Sharìa e resistenti umani, individua un “Erdogan ferito”, ma anche un “popolo turco”, tutto intero, sdraiatosi davanti ai carri armati come a Tien An Men, in difesa del suo presidente, “democraticamente eletto”. Già gli erano svaporati dalle malferme sinapsi i milioni che negli anni si sono ritrovati nelle piazze, da Dyiarbakir a Istanbul, per farsi sparare addosso dagli sgherri del democraticamente eletto.

Divertente poi la linea a balzelloni del giornaletto restituito a malavita (lo ha annunciato l’altro giorno) e alla sua cooperativa più che da lettori fedeli, dai paginoni dei compagni di Eni, Enrel, Telecom, Enav, Coop. Come quando con il suo responsabile esteri sentenzia un Erdogan fragile e indebolito dall’emergere di un elemento di contrasto capace di tenerlo sulla corda per ben tre ore di golpe, nientemeno, mentre l’altro redattore si piega alla realtà di un presidente tornato in grande spolvero e ora in grado spazzare via ogni residuo di opposizione. Ma che riunioni di redazione fanno? Torniamo al “golpe”, auto. Quello sul cui fallimento il “Manifesto” e tanta stampa (un po’ meno lo scaltro “Il Fatto”) si azzarda a ricostruire la «centralità del Parlamento e del ruolo fondamentale dei partiti politici nel gioco democratico» (sic!): esattamente, ed è naturale, i termini in cui hanno salutato il salvataggio della democrazia da parte del più turpe energumeno nazista dell’area gli zii della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato e del Pentagono e, scendendo molto in basso per li rami, pure Matteo Renzi e – qui ci scappelliamo – l’eurodama Mogherini.

Ebbene qualcuno si ricorda dei colpi di Stato effettuati dai militari turchi ogni qualvolta sospettavano che l’eredità nazionale e laica di Ataturk fosse posta a repentaglio da destra o sinistra? E qualcuno gli ha messo a confronto quiell’aborto di colpetto di Stato della notte tra il 15 e il 16 luglio 2016? Hanno occupato la tv di Stato, ma non le tv private, tutte infeudate a Erdogan, non la Cnn turca (braccio mediatico Nato e Usa) dalla quale è difatti ripartito il controgolpe, cioè il colpo di Stato vero, con la trasmissione da smartphone dell’appello di Erdogan al pogrom antimilitare. Non hanno fatto nessuna delle cose che potevano assicurare il successo di una liberazione militare del popolo turco dalla Vergine di Norimberga  in cui progressivamente lo ha rinchiuso il suo Torquemada. Non hanno spento i ripetitori delle telecomunicazioni, i cellulari, internet, non hanno ordinato il coprifuoco e proclamato la legge marziale, non hanno occupato i ministeri, appena qualche tank sui ponti sul Bosforo, di grande visibilità e dove sarebbero potuti arrivare in poco tempo e in tanti a “difendere la democrazia”.

Non hanno occupato alcuna via di comunicazione strategica nel paese e tra il paese e i vicini, non hanno occupato le prefetture, presidiato i nodi ferroviari, bloccato gli aeroporti (solo per finta quello di Istanbul dove Erdogan è potuto subito arrivare dal suo luogo di vacanze, a Marmaris, che nessuno si è sognato di bombardare o occupare). Nel tempo delle immagini e dei leaderismi che ne scaturiscono non hanno saputo produrre un nome e una figura carismatica di riferimento, non hanno usato i social network. Dilettantismo di quattro sprovveduti, per quanto bene intenzionati, che non hanno neanche ricordato che i colpi di Stato si fanno a notte fonda, prima dell’alba, quando non si corre l’inconveniente di gente sveglia e per strada. E così le Cnn e le tv associate al disegno del despota hanno potuto riprendere strade e piazze  con qualche centinaio di persone, emerse da discoteche e trattorie e poi moltiplicati dagli accorsi agli appelli di Erdogan liberamente trasmessi, simulando una rivolta di massa contro i carri.

Poi è finito tutto. Salvo per i 300 morti, per ora, i 6000 arrestati, per ora, i 3000 magistrati dimessi e poi incarcerati, la campagna di linciaggi lanciata contro i soldati “traviati”, piazza pulita di tutti i critici e irriverenti, l’immaginabilissima ulteriore stretta sui diritti politici, civili, operai, la continuità del doppio forno antisiriano (alleanza con Isis, finto guerra all’Isis), lo sprofondare del paese in un abisso di regressione politica e culturale. Una Turchia degna dell’ingresso nell’Ue,vero modello avanzato di quanto si ha in mente a Bruxelles, Washington e tra coloro che brandiscono Nato e Ttip, tanto per assicurarci sulla «centralità del Parlamento turco e dei partiti come attori fondamentali del gioco democratico», come titola il foglio cripto-Nato su un pezzo davvero turco di tale Mariano Giustino. Cosa può essere successo?

Che gli attentati finalizzati, come in Francia, come ovunque, ad accelerare la marcia verso lo Stato con gli stivali chiodati e a passo dell’oca non erano riusciti a far ingranare la quarta. Che nell’esercito, per quanto epurato, sopravvivevano fermenti laici, nazionalisti, in disaccordo con le catastrofiche imprese esterne e interne di un regime che andava isolandosi da tutti. Che si è lasciato che i portatori di questi fermenti, nei gradi medio-alti, congiurassero, che magari con agenti provocatori li si incoraggiasse, che addirittura gli si facesse balenare un appoggio euro-atlantico, che poi li si inducesse a commettere le ingenuità, gli errori clamorosi che si sono visti, nell’illusione, loro, che si sarebbero tirati dietro popolo e armate.

Tutti a sottolineare il silenzio delle cancellerie occidentali, Obama, Merkel, Juncker, May, Hollande e Renzi (per quel che conta), nelle tre ore del golpe, interpretato e biasimato come un barcamenarsi in attesa di sapere chi avrebbe vinto. Balle! Sapevano benissimo chi avrebbe vinto, ma, davanti all’immagine del golem turco insediatasi ormai nella percezione della gente pensante in tutta la sua orripilante identità di padrino del terrorismo jihadista, massacratore del suo e di altri popoli, corrotto ladrone e capo di un clan di malfattori senza scrupoli, conveniva mostrare qualche disponibilità a chi aveva proclamato nel suo comunicato il «ritorno alla democrazia e al rispetto dei dirtti umani e la pace e amicizia con tutti i popoli vicini». Ovviamente anatema per la Nato e per un’Europa che si muove, per ora con mocassini e tacchi a spillo, nella stessa direzione.

Pensate se avesse vinto il colpo di Stato. Via i Fratelli Musulmani, quelli tanto cari al “Manifesto”, ormai nettamene minoritari nella regione (Tunisia, Qatar e Turchia). Cioè via la forza sociale, militare e culturale ideata e nutrita dai colonialismi vecchi e nuovi a garanzia dei propri modelli di sviluppo e di sfruttamento, del proprio ordine mondiale. Al suo posto una realtà imprevedibile e incalcolabile, con rigurgiti nazionalisti e statalisti suscettibili di guardare oltre il soffocante perimetro delle alleanze e dipendenze occidentali, sicuramente laica e, dunque, ostica ai processi di decerebramento religioso che servono a neutralizzare nostalgie di autodeterminazione popolare e nazionale. Quelle che hanno animato alla rivolta alcune decine di milioni di egiziani, dopo aver assaporato la medicina dei Fratelli Musulmani e dei loro surrogati terroristici, sotto un presidente eletto “democraticamente” dal 17% della popolazione in un voto boicottato dalla maggioranza, che aveva imposto la sharìa, sparato sui manifestanti, incarcerato gli oppositori, bruciato le chiese cristiane, trasferito tagliagole in Siria e i cui seguaci ora assassinano civili, funzionari e poliziotti in una guerra terroristica che tutti preferiscono nascondere sotto le presunte infamie di Abdelfatah Al Sisi.

Avessero vinto in Turchia i militari, ontologicamente fascisti secondo un’aporia di sinistra, a dispetto di dimostrazioni storiche contrarie, ci saremmo giocati «la centralità del Parlamento turco e dei partiti nel loro ruolo di attori fondamentali del gioco democratico», come temeva il “Manifesto” e tutto il cucuzzaro destro-sinistro dell’atlantismo? Chi lo sa. Di sicuro c’è che, come Al Sisi è meglio di Morsi per gli egiziani, gli arabi, il Medioriente, il movimento delle cellule cerebrali dell’essere umano, difficilmente qualcuno di quelli che si sono agitati l’altra notte a Istanbul avrebbe potuto essere peggio di Erdogan, il padrino degli squartatori del popolo iracheno, libico e siriano. Certo che la Nato, John Negroponte, l’Mi6, la Cia, Oxford Analytica e il “manifesto”, a questo qualcuno non avrebbero esitato un attimo a spedigli un Giulio Regeni, poveretto.

Fonte: (Fulvio Grimaldi, “Turchia, fanno tutto da soli e sono capaci di tutto”, da “Mondocane” del 17 luglio 2016).

Lo stesso ‘giornalista’ che ha fatto il video a Nizza, era anche a Monaco. A filmare davanti al McDonald

La sera del 14 luglio, Richard Gutjahr è  a Nizza, sulla promenade, e riprende in video la scena del camion che fa’ strage. Il 22 luglio, Richard Gutjahr   si trova a Monaco di Baviera: incredibile  fortuna/sfortuna,  giusto davanti allo shopping center  dove il diciottenne  “assassino solitario”   sta per fare una strage – o l’ha appena fatta.

video-di-gutjahrE’ lui quello che riprende  la prima scena, mandata in onda da tutti i media, probabilmente con lauto guadagno per l’autore.  Un video   le  cui circostanze lasciano subito perplesso  il giornalista Marcello Foa: “Chi filma è dall’altra parte di una strada molto trafficata e l’entrata di un Mc Donald è quanto di più banale ci sia. Ne converrete: è inverosimile che qualcuno decida di fare un filmino proprio lì e proprio mentre il killer esce, alza il braccio e inizia a sparare. Tanto più che quando l’assassino appare, l’inquadratura stringe subito sul folle tiratore.La circostanza è troppo straordinaria per essere casuale. E allora? E’ evidente che chi ha filmato sapeva quel che stava per accadere. Era lì apposta. Un complice. E dai nervi d’acciaio. Nelle immagini seguenti si vede la telecamera puntata a terra mente l’uomo si allontana velocemente. Poi si sente la sua voce, parla in Hoch Deutsch, il miglior tedesco. Dice ai passanti: “Sta venendo qui. Correte gente”, ma senza urlare, senza panico.  Il tono è appena concitato, non è quello di un uomo sconvolto che ha appena assistito a un omicido. Appare controllato, straordinariamente padrone di sé. Chissà se la polizia lo ha già individuato. Chissà se lo identificherà mai. Speriamo”.
Eccolo identificato:  Richard Gutjahr, che si definisce un po’ “attore” e un po’ “giornalista indipendente”, riempie you tube di proprie immagini, è sposato con Einat Wilf, ex deputata israeliana nel partito di Netanyahu,   che viene dai ranghi della intelligence militare di Sion.  C’è qualche polizia che abbia voglia non dico di interrogarlo (sarebbe antisemitismo e negazionismo dell’Oloké)  ma intervistarlo su queste sua capacità paranormale?

Se  non altro – come mi suggerisce una lettrice – per sapere dove il caro Richard intende fare il prossimo viaggio con strage annessa.

Fonte:

In Europa è arrivata la dittatura. Si chiama MES, di Edoardo Capuano

Osservazione preliminare: non confondere il MES con i due fondi correnti di soccorso che sono EFSM e EFSF.

Come accennato nel precedente articolo su questo argomento “MES, il nuovo dittatore europeo”, i ministri delle finanze dei 17 paesi europei hanno firmato un trattato che istituisce il meccanismo europeo di stabilità (MES). L’obiettivo è quello di fare pagare i cittadini per le centinaia di miliardi spesi per “soccorsi” per salvare l’euro e di tenere i parlamenti in una presa alla gola.

Bruxelles non sembra propensa a rivedere il contenuto di questo trattato. Fino al giorno in cui scriviamo, non riuscivo a trovarne un solo esemplare in lingua inglese su Internet. (Il 96,5% della popolazione dell’area dell’euro parla altre lingue!).

Curiosamente anche la firma del nuovo trattato non è assolutamente stata notata dalla stampa internazionale, mentre decine di giornalisti erano presenti alla conferenza stampa che lo annuncia. (Vedi foto sotto). Forse è perché Juncker l’ha detto brevemente in francese prima di continuare la conferenza in inglese?

Infatti molti giornalisti ancora confondono questo nuovo trattato MES con i suoi predecessori (illegali), il Meccanismo Europeo di Stabilità Finanziaria (EFSM) e il Fondo Europeo per la Stabilità Finanziaria (EFSF). Essi sono più conosciuti dai lori nomi inglesi European Financial Stabilisation Mechanism (EFSM) e l’European Financial Stability Facility (EFSF). L’EFSF / EFSF ha una capacità di 440 miliardi di prestito. (1.000 miliardi dal 27 ottobre 2011, che è 3300 € per ogni cittadino europeo!). Il MES è illimitato.

Alcuni parlamentari che hanno sentito parlare di MES, falsamente credono di mantenere il potere attraverso il loro ministro delle Finanze. Tuttavia, come quest’ultimo sarà promosso Governatore del MES, non sarà più responsabile di fronte al Parlamento Nazionale (o a chiunque altro) per le sue decisioni nel MES. Se il Parlamento ratifica il Trattato, è questo Trattato Internazionale che diventa prioritario rispetto alla legislazione nazionale.

Al momento della stampa, il trattato deve essere ratificato dai parlamenti nazionali in tutti i 17 paesi, a meno che anche questo non sia già stato silenziosamente approvato qua e là.

MES, un colpo di stato in 17 paesi.

Se per colpo di stato intendiamo prendere il potere reale e la limitazione del potere del Parlamento Nazionale democraticamente eletto, allora il trattato del MES  è un colpo di stato in 17 paesi contemporaneamente.

Questo è perfettamente coerente con la filosofia della Commissione Europea, che, secondo il presidente Barroso, deve essere il governo economico dell’Unione che deve definire le azioni che i governi Nazionali devono svolgere. (28/09/11)

Il meccanismo europeo di stabilità (MES) non è tanto un meccanismo quanto una nuova amministrazione in seno all’Unione Europea (UE). Lo scopo dichiarato è quello di fornire prestiti (a condizioni rigorose) per i paesi dell’euro che non possono più soddisfare i lori obblighi finanziari. Riprenderà i compiti dei EFSM e EFSF di cui sopra citati e sarà gestito da un Consiglio dei Governatori. Saranno i 17 ministri delle Finanze dei paesi dell’Euro situato nell’Unione Europea.

Il trattato del MES dice, all’articolo 8, che quest’organismo avrà un capitale di 700 miliardi di euro. Poi, all’articolo 10 stabilisce che il consiglio dei governatori può decidere di cambiare questo importo e regolare di conseguenza l’articolo 8. All’articolo 9 si dice che il consiglio dei governatori può in qualsiasi momento richiedere il pagamento del capitale sociale non ancora liquidato (e questo in meno di 7 giorni.) Infatti, si dice che il MES può richiedere i soldi ai paesi membri senza restrizioni. Il trattato non prevede il potere di veto ai parlamenti nazionali.

Unanimità.

Ai sensi dell’articolo 5.6 il consiglio di amministrazione dovrebbe prendere le decisioni di cui sopra all’unanimità. Il Consiglio completo deve votare “a favore”.

A prima vista è molto strano che il funzionamento del Trattato dipenda interamente dall’unanimità dei 17 ministri delle finanze della zona euro. Quando si vede quanti problemi ci sono ora a raggiungere un accordo sulla concessione di prestiti già promessi alla Grecia, non ci si aspetterebbe che l’Unione Europea costruisse un tale Trattato, che lascia solo il principio che questo consenso esiste o può essere raggiunto.

La zona euro è costituita da un riflesso colorato della diversità dell’Europa: i Paesi Bassi, il Belgio, il Lussemburgo, la Germania e la Francia e poi l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna, l’Italia, Malta, la Grecia, la Slovacchia, la Slovenia e, infine, l’Estonia e la Finlandia. In realtà, i 17 ministri costituiscono un’ assemblea eterogenea. Ognuno rappresenta un paese con interessi diversi. E da loro ci aspettiamo l’unanimità? Com’è possibile?

Per capire questo dobbiamo guardare un po’ oltre. Nel MES sono i 17 ministri delle finanze che votano su tutte le decisioni importanti, ma ci sono ancora altri che sono presenti in tutte le loro riunioni, ufficialmente come “osservatori”. Perché questi ministri hanno bisogno di un osservatore? Per garantire che stanno facendo quello che ci si aspetta da loro?

Questi osservatori sono in numero di tre:

  • Il membro della Commissione Europea responsabile degli Affari economici e monetari,
  • Presidente del Gruppo Euro (un club informale de questi 17 ministri delle Finanze)
  • e il Presidente della Banca Centrale Europea!

Quindi, se non possiamo aspettare un’unanime spontaneità dei 17 ministri delle finanze, deve essere l’influenza di questi osservatori che li mette d’accordo. Per capire quale influenza la Commissione Europea e Banca Centrale Europea può avere sui nostri ministri, andiamo un po’ più vicino.

Chi sono i ministri delle Finanze?

Beh, di solito sono persone che vanno e vengono. Nella maggior parte dei casi sono nominati dopo le elezioni parlamentari, che prima aprono i negoziati per formare una coalizione di maggioranza a scapito di promesse elettorali e sono seguiti da dolori per il riempimento dei portafogli importanti, come ad esempio il Ministero del Interno, dell’economia e delle finanze.

Molto spesso si tratta di persone che aspirano a una carriera politica e sono stati spinti in avanti dai partiti politici. Se il risultato è positivo, hanno la capacità di guidare un ministero. Una tale persona può avere la direzione della difesa e poi in altro tempo, essere nominato Ministro dell’Istruzione e degli Affari Sociali. La conoscenza della materia è generalmente stimata meno importante della capacità a dirigere.

L’economia non è la Finanza.

Così abbiamo nei Paesi Bassi un ministro delle Finanze, Jan Kees de Jager, che è provvisto di laurea in economia, ma che, inizialmente,  ha dato l’impressione di capire qualcosa solo di finanza. Una delle sue prime idee era quella di proporre una legge che vieterebbe d’incoraggiare le persone a ritirare i propri soldi dalla banca. Jan Kees, le banche non hanno soldi! Per ogni dollaro che i clienti di una banca come ING (la più grande banca olandese) hanno nei loro conti, la banca ha solo 3 centesimi a disposizione. Nessuno avrebbe dovuto aspettare per questo, giusto? E poi, fin quando la banca centrale non vuole che cada une banca, si può facilmente resistere a una “run on the bank” con denaro preso in prestito.

I ministri delle finanze di nuova nomina sono generalmente felici di poter arrivare così lontano nella loro carriera. Tuttavia, arrivano in un mondo che conoscono poco o niente. È il piccolo mondo delle istituzioni finanziarie internazionali e dei numeri con zeri all’infinito. Un momento di disattenzione è sufficiente per sbagliare di decine di miliardi di euro. (Rutte e Primo Ministro olandese Jan Kees de Jager si sbagliavano di 50 miliardi di Euro parlando dei fondi di soccorso europei). Questi ministri nuovi arrivati sono una facile preda per i consulenti della BCE e del FMI, che vengono a spiegare come funziona e cosa ci si aspetta da un buon ministro delle Finanze.

Pertanto  questi ministri delle Finanze che hanno una conoscenza di base in economia, potrebbero sapere che l’esperienza euro è destinata al fallimento. Ciò era già conosciuto nel 1970, all’inizio del progetto, ma i banchieri e i politici hanno spinto questa moneta comunque. Il problema è che una moneta unica può funzionare solo in una zona economica omogenea. Ecco perché.

La cintura di sicurezza del tasso di cambio fisso

Quando i consumatori di paesi, con opportunità per la produttività più limitata, preferiscono acquistare prodotti di importazione più economici e migliori, il debito estero aumenterà. Nel frattempo la produttività all’interno del paese diminuirà. Se il paese ha poi una propria moneta, si può svalutare. Questo rende più costosi i beni importati per il suo popolo e meno le esportazioni per gli acquirenti stranieri. Il debito diminuirà e la produttività aumenterà. Le svalutazioni erano comuni, prima dell’euro. Ora, con l’euro, funziona come uno scambio bloccato. I paesi meno produttivi vengono catturati come topi in trappola. Essi non possono mai uscire del debito. Ecco perché il modo in cui prendere in prestito per caricare quei paesi con un debito anche più elevato è una scelta strana e dannosa.

Viva il mercato unico dei capitali!

Non dobbiamo dimenticare che questi paesi non avevano grossi problemi insormontabili al momento di entrare nell’area dell’euro. Altrimenti non sarebbero stati ammessi. In realtà, sono iniziati i problemi con la loro adesione all’euro. È allo stesso tempo che la libera circolazione dei capitali è diventata anche un fatto. Le banche dei paesi dell’euro esistenti versavano pesantemente per fornire prestiti a tasso agevolato per i nuovi cittadini dell’euro. E poiché, con lo stesso capitale, le banche sono autorizzate a prestare il doppio in mutui rispetto ai prestiti per altri scopi, sono state principalmente le case che sono state finanziate. I banchieri hanno dimenticato però che la gente ha bisogno non solo di un posto dove vivere, ma anche di reddito per rimborsare i loro prestiti. Essi dovevano finanziare anche abbastanza attività economiche. Non era il caso. Così, una prima ondata di nuovi cittadini europei aveva un debito che non potrebbe rimborsare. Il mercato immobiliare è crollato. Appaltatori e  loro fornitori sono falliti, lasciandosi alle spalle un paesaggio desolato di abitazioni vuote ed incompiute.

Le regole dei problemi dell’euro.

Allora dovete sapere che i “paesi- problema” furono così designati solo perché non soddisfacevano più i requisiti per l’area dell’euro, cioè un deficit di bilancio del 3% del PIL e un debito al massimo dal 60% del PIL. Di solito questo non è un problema per un paese in cui il debito è doppio, quando, ad esempio, essi sono compensati da beni, come nel caso della Grecia. E un deficit di bilancio superiore al 3% non dovrebbe essere neanche un problema per un paese. In realtà, l’unico problema era che i limiti stabiliti per l’area dell’euro si sono rivelati irrealistici. Quasi nessuno dei paesi membri ci teneva. Così si potrebbe dire che quelli che hanno stabilito questi limiti sono stati stronzi e anche i ministri che hanno promesso di attenervisi. In ogni caso, era un modo semplice per creare una crisi.

Pecora nera.

Poiché quasi tutti i paesi avevano superato i limiti, è stato utile per distogliere l’attenzione di puntare allo studente  più disobbediente. Per la Grecia è stata orchestrata ancora una campagna diffamatoria, alla quale hanno partecipato anche i politici olandesi bugiardi. La Grecia avrebbe nascosto il suo debito, i Greci erano pigri e si ritiravano presto e così via. Presto la Grecia è stata attaccata da tutte le parti e doveva pagare  interessi maggiori per i suoi prestiti. Per fortuna i suoi compagni dell’euro erano disposti ad aiutarla. Jan Kees anche ha promesso che avremmo vinto.

Il denaro è potere.

Quando finalmente si manovra la sua vittima nei problemi – ancora una volta, la Grecia non aveva nessun problema insormontabile, quando ha aderito alla zona euro nel 2001 –  si può applicare la politica del “bastone e della carota” : ci fornirà prestiti, ma solo se … Il FMI ha mezzo secolo di esperienza con questo tipo di abuso di potere. Ha applicato questa politica deliberatamente in molti paesi in via di sviluppo. In primo luogo, il Paese è gravato da prestiti, in modo che non possono pagare anche gli interessi. Questi prestiti sono concessi a progetti definiti. Questi sono di solito gestiti da società estere. Sono loro che ricevono gli interessi per i prestiti. Il paese sta con i debiti. Poi si vende tutto quello che ha il paese come valore a investitori stranieri. E, naturalmente, il governo deve tagliare le spese fino alle ossa e le persone devono sanguinare, così si capisce che il FMI è il padrone.

Ha preso il potere della Commissione europea.

Bene che l’articolo 122.2 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) consente al Consiglio europeo di fornire assistenza finanziaria ai soci in difficoltà (su proposta della Commissione europea), i lupi della Commissione Europea non potevano resistere alla tentazione di erigere la propria FMI, o più precisamente, un fratello europeo, che lavorava a stretto contatto con il FMI.

L’hanno prontamente creati nel maggio e giugno 2010, l’ EFSM e EFSF. Hanno una base temporanea e legale fallisce. La capacità di prestito dell’ EFSF è stato recentemente aumentata a 440 miliardi. (Si tratta di 1320 € per cittadino).

Il successore è il MES. Firmato l’11 Luglio 2011, aspetta la ratifica dei parlamenti nazionali tra oggi e il 31 dicembre 2011. Il MES avrà un carattere permanente e l’autorità di richiedere un numero illimitato di euro dalle casse statali e di prestare a rischio ed a spese dei cittadini dell’euro. Iniziano con un capitale di 700 miliardi (2.100 € per cittadino), ma stanno già parlando di somme 1.500 – 2.000 miliardi, di cui pensano di avere bisogno …

L’emendamento all’articolo 136.

Il MES si basa su una modifica dell’articolo 136 del TFUE del 23 marzo 2011, che in realtà è un aumento del potere dell’Unione Europea. E poiché questo emendamento si basa sull’articolo 48.6 del trattato sull’Unione europea (TUE), è tutto illegale. Ma a Bruxelles non si preoccupano e anche i parlamenti nazionali pensano che le regole della democrazia non siano abbastanza significative per rifiutare questa costruzione illegale. Infatti, la conseguenza sarebbe che la gente dovrebbe prima votare l’estensione del potere di Bruxelles. E questa gente sicuramente stupida voterebbe contro.

Il MES avrà il potere di svuotare le casse degli Stati senza che i parlamenti possano opporsi. Inoltre, questo emendamento – soltanto in conformità con il testo – rende possibile una serie di altri farmaci anti-democratici delle istituzioni, che, sotto il pretesto di combattere l’instabilità della zona euro, potrebbero limitare gli effetti della legislazione nazionale e dei diritti dei cittadini.

Colpisci e terrorizza.

Creare una crisi e prendere il potere. E’ quando il paese è nel caos che possiamo dirigere gli affari a volontà. Si tratta di uno scenario violento che i sostenitori dell’economia di libero mercato hanno usato per decenni in molti paesi, come l’Inghilterra, la Polonia, la Cina, l’Africa del Sud, Russia e Stati Uniti. Mi riferisco a uno dei libri più  letti del nostro tempo: la dottrina shock di Naomi Klein. (Da leggere).

Ora è il turno della Grecia. La diffamazione ha fatto il suo lavoro. I cittadini di altri paesi europei non protestano, al massimo lo fanno contro la possibile perdita dei lori propri denari, che i fondi  pensione hanno investito. Ma se riflettessero un po’, avrebbero capito che un giorno, potrebbe già essere domani, potrebbero anche loro essere manipolati dai debiti da parte dei fondi di soccorso. Questo può accadere in un lampo, introdotto da un titolo nella stampa come “rischio bancarotta Crédit Agricole”.

Circolo vizioso.

Nel frattempo, nel panico creato, i parlamenti accettano misure di emergenza che non avevano nemmeno considerato possibili  il giorno prima. Ora i fondi monetari di soccorso dovrebbero essere utilizzati anche per salvare le banche. Abbiamo creato un circolo vizioso: le banche che causano problemi, possono beneficiare, direttamente o indirettamente del prestito di emergenza, e ora possono dare ancora più incautamente perché le perdite potenziali saranno pagate dai cittadini europei!

Giù con la decisione unanime.

Torna al nostro MES. Questo trattato può funzionare, o si estingue in conformità se i 17 ministri delle Finanze sono unanimi o meno. La Commissione europea e la BCE usano la loro influenza per mettere il naso dei 17 nella stessa direzione.

In verità non è necessario che votino tutti e 17. Una decisione è valida anche quando i ministri non sono tutti presenti. Ogni ministro rappresenta un numero di voti, relativo al capitale sottoscritto dal suo paese. (Vedi Appendice sotto questo articolo). Quando 2/3 dei ministri rappresentando i 2/3 dei voti totali sono presenti, possono votare validamente. E  non votare non impedisce una decisione unanime. Fino a quando non c’è nessun voto contrario.

In teoria, un ministro testardo di un piccolo paese potrebbe quindi rovinare la festa. Si tra l’altro deve avere un grande coraggio. Barroso vuole di più. Egli vuole che tutti i trattati dell’UE siano modificati e che le decisioni non debbano essere prese all’unanimità. Per il MES, per esempio, vorrebbe dire che se la Germania, Francia, Italia e Paesi Bassi sono d’accordo, gli altri 13 non hanno nulla da dire. Viva la dittatura a Bruxelles! Viva l’Unione Europea!

Immunità.

Siamo già abituati al fatto che gli amministratori e i rappresentanti del popolo non devono rispondere delle loro parole e azioni. Ma nel MES spingono il cappuccio davvero lontano. Le regole sono state stabilite in modo che tutti quelli che ne sono parte o che ci lavorano saranno in grado di lasciare quello che vogliono, senza dover rendere conto a nessun Parlamento, a nessuna Amministrazione né a nessun giudice. Al massimo, un ministro delle Finanze può essere sostituito da un altro, che beneficerà da subito degli stessi privilegi esorbitanti. Un ladro non poteva desiderare un nascondiglio migliore.

Un pensiero finale.

L’Unione Europea ha il libero mercato come principio fondante. Quasi tutti hanno capito che la deregolamentazione delle banche, la privatizzazione delle infrastrutture e l’abolizione dei compiti del governo conducono ad una società difficile e tormentata da crisi. Questi principi sono obsoleti. I suoi difensori non possono che imporli con violenza. La Grecia non sarà l’ultima vittima.

Scarica il Dossier sull’ESM di Lidia Undiemi su: PalermoReport

Fonte: L’Olandese Volante articolo di: Edoardo Capuano

Su Farage e 5 Stelle, incredibili euro-falsità post Brexit

Siamo alle solite. Come tanti altri quotidiani, la “Repubblica” manipola fino alla falsificazione una notizia, per inserirla in una cornice che deve confermare i luoghi comuni e le narrazioni di area piddina. Ieri centinaia di eurodeputati hanno votato contro una risoluzione sostenuta da popolari, socialisti, liberali e verdi, che intimava ai britannici di levare subito le tende dalla Ue. Tra chi si è opposto c’era, compattamente, tutta la sinistra che si riconosce nel gruppo Gue/Ngl (tra cui gli spagnoli di Podemos e i tedeschi della Linke, per dire) e decine di esponenti del partito popolare, che si sono trovati a votare assieme ad altre formazioni di opposizione anche di estrema destra. Chi minimamente conosce la storia dei parlamenti sa che è una dinamica frequente e normale, che non implica un’alleanza organica degli oppositori. Ognuno è contro per ragioni sue. Ebbene, la “Repubblica” riduce tutto a una schermaglia in cui c’è il babau Nigel Farage e c’è il suo «grande alleato», il M5S.

Tanto è vero, dice l’articolista, che «tutti i deputati pentastellati hanno votato con Farage». Notare la sottigliezza di quel “con”: si badi bene che non hanno votato una risoluzione di Farage, ma una risoluzione presentata dalla maggioranza, e hanno votato Pino Cabrascontro. Il cronista aggiunge: «Insieme a loro Salvini, Le Pen e i conservatori inglesi». Nessuna menzione per gli altri, nemmeno per il collega di “Repubblica”, l’eurodeputato Curzio Maltese, che ha votato contro anche lui, come il suo gruppo Gue. Anche lui, secondo questa logica, ha votato “con” Farage. Avremmo diritto di saperlo, no? Qualcuno obietterà: Il Movimento Cinque Stelle e Farage fanno parte dello stesso gruppo nel Parlamento europeo, e quindi sono culo e camicia. Obiezione respinta. In questi anni Ukip e M5S hanno votato in modo difforme su un’infinità di materie, come se fossero due gruppi parlamentari distinti.

Il gruppo ufficiale è un contenitore senza il quale sarebbero ingiustamente penalizzati nei lavori parlamentari. Possiamo criticarli anche ferocemente per questa scelta, ma di fatto non sono alleati politici che votano sempre insieme. Nella loro contrarietà alla maggioranza brussellese, in questa specifica votazione, decine di formazioni politiche hanno portato ciascuna le proprie ragioni differenziate. Anche M5S e Ukip hanno portato ragioni molto diverse fra loro. Avremmo diritto di saperlo, no? Nella coscienza degli elettori (e dei lettori) tentati dalla fuga dai loro vecchi rifugi viene così depositato il solito schema che assimila il mondo cinquestelle a una galassia fascistoide. Non c’è posto per un resoconto più complesso e articolato, più onesto. Non c’è posto per la verità.

Fonte: (Pino Cabras, “Eurofalsità post-Brexit”, da “Megachip” del 29 giugno 2016).

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 33 follower